Nel mio mondo, del tutto reale cioè praticato quotidianamente (per quanto possibile, e coi veri amici e le persone care), prima di tutto c'è la comunicazione diciamo trans-verbale, poi (o anche assieme) la parola ma sempre detta faccia a faccia e guardandosi dritti negli occhi; infine può capitare ci sia anche la scrittura (e capita quando proprio una cosa merita d'esser fissata al di là del momento: ovvero quando non basta l'averla vissuta in quel modo e con quelle persone, e dunque perché si ha bisogno di condividere questo qualcosa vissuto al di là di una barriera di solitudine che comunque circonda l'esperienza in questione, e forse l'esistenza dell'uomo in generale...), che però è solo una successiva e ultima esile traccia mnemonica, mai il Testo Sacro, e che ha bisogno di chi scrive e chi ascolta per poter essere davvero parola di vita e non lettera morta nei funerali dei libri...
Si fa oggi un gran parlare - così in generale: e quasi sempre a vanvera, anzi da veri incoscienti devastatori! Come i barbari del futuro, e del presente soprattutto: dinosauri vestiti firmati, ecco l'umanità moderna anzi attuale! "L'era del cemento vien prima di quella della pietra": purtroppo, come ha osservato perfettamente una volta il mio amico Boris Borella. Si fa, dunque, oggi, questo gran parlare in particolar modo della necessaria "decrescita", riguardo questo famigerato "sviluppo sostenibile". E si torna allora alla natura (che oggi si chiama "biologico"), si torna al "consumo critico" e quindi ai prodotti locali e all'approvvigionamento diretto (dal produttore: azzerando così i costi degl'intermediari e ripristinando una conoscenza anche umana fondamentale), si torna alla "raccolta differenziata" e allo smaltimento del compost (che qualsiasi contadino ha sempre fatto da che mondo è mondo, istintivamente e risparmiando allla base), si torna ai prodotti sfusi (tagliando i costi e l'immondizia degl'imballaggi inutili), si torna insomma - indietro? Ma guarda un po', che roba: per andar avanti, tocca far qualche passo indietro! Nessuno, finora, ha mai ancora ammesso che tutto questo gran blaterare a vuoto è in realtà una semplicissima decostruzione d'un percorso di crescita maledettamente sbagliato. Nessuno ammette (riformulando quindi passato, presente e futuro!) che dire "decrescita necessaria" significa in realtà dire che bisogna fermare uno sviluppo fittizio anzi nefasto: cioè nessuno dichiara apertamente che questo sviluppo in realtà non è tale, che una crescita che ha simili effetti negativi non è affatto un crescita, che ormai abbiamo rovesciato il senso delle parole e che ci tocca metterle al negativo per poter riprender a nominare e vivere il positivo, cioè la vita pura e semplice. Dunque la decrescita in realtà non è altro che l'arresto di un millenario decadimento: è dunque una ripresa autentica, un tornar sul sentiero giusto che avevamo lasciato inseguendo un mito chiamato "progresso continuo e infinito/indefinito"! Così come lo sviluppo non può non essere che sostenibile, o non è sviluppo punto e basta: allora chiamiamo finalmente le cose col loro nome e diciamo che questo sviluppo insostenibile finora perseguito è la distruzione globale! Qualcuno che ha un minimo d'autorità morale e civile e quindi visibilità dica infine che i nomi che usavamo per le cose negative fatte finora erano sbagliati, illusioni per nasconerci l'inconsapevolezza o la colpevole negazione della corsa al disastro! Qualcuno abbia questo coraggio e smascheri la menzogna generale in cui ancora siamo invischiati: solo questo può permettere di vedere le cose col loro nome autentico, per come sono davvero. O continuremo a vivere in un'ambiguità deleteria e a portarci dietro eredità neative di mancanza di proprietà e conoscenza linguistica, ossia epistemologica: esperienzale. Finora abbiamo fatto finta: ora dobbiamo, se vogliamo vivere, fare sul serio. Dire la verità a tutto il mondo: nessuno lo fa ancora; e io che lo vedo e ne constato il bisogno, purtroppo non ho modo di farlo che tra me e me, o al più per qualche anima pia di passaggio in queste sperdute e dispersive lande virtuali...
In Grecia, anticamente, alle Olimpiadi
si fermavan le guerre: erano giochi
sacri e, per celebrarli degnamente,
i migliori lottavano - incruenti:
a misurare forza, non violenza.
Oggi, ci resta la coreografia...
Foscolo è un autore a me davvero molto caro, specie per la potenza (comunque delicata) della sua musica e per "oltraggi" stilistici come questo (vado a memoria): "e quando vaghe di lusinghe innanzi | a me non danzeran l'ore future, | qual fia ristoro ai dì perduti un sasso | che distingua le mie dalle infinte | ossa che in terra e in mar SEMINA MORTE?" - la tradizionale Grande Mietitrice qui si rovescia di segno (e soprattuto di senso) per diventare addirittura, in un'immagine che reimmette nel ciclo naturale, una propagatrice di vita a sua volta: così le ossa (normalmente percepire come tessuto secco e inerte) diventano qui feconde (anche nell'acqua di Venere, nel mare che invece è notoriamente e classicamente/omericamente "infecondo").
§
"ben detto, Ulisse! davvero strani ossimori, che l'abitudine al carme ci farebbe passare per ovvii, e invece è grande grandissima poesia ancora giovane, giovanissima. grazie per i complimenti e gli auguri!
con affetto e riconoscenza
un abbraccio, Rosaria"
Un evento devastante, per me, attualmente (oltre all’abuso televisivo quotidiano cui vengon sottoposte le persone in formazione, ossia i bambini, e non solo loro: vera e propria diciamo educazione alla passività, al restar spettatori al riparo dello schermo, fuori dalla vita reale e lontani da responsabilità tanto, si sa, è solo tv cioè tutto finto - per quanto o forse proprio perché s’insegue la realtà, e non certo la verità, con reality e real-tv vari!) è quel fenomeno allucinante dell’emigrazione, di cui fan parte anche le badanti: ci sono madri che mollano tutto e partono per andar a guadagnar quei soldi che permettono ai propri figli di mangiare e studiare etc., ma nel frattempo son lontane e non si vedono con loro - è questo il disastro: dover aprire vuoti psicologici incolmabili per poter garantire niente più che una sopravvivenza biologica; ma questi figli cresciuti di lacune affettive non staranno mai bene, per quanto gli sia assicurato un futuro ‘esteriore’ fatto però solo di cibo e cose sicuri… E questo baratro, questa schizofrenia, questa contraddizione nell’essere, nell’esistenza e nella vita delle persone, non è più tollerabile - non per me, almeno! A un figlio devi dare carezze (ceffoni, al limite, se e quando fosse necessario), piuttosto che giocattoli e mere cose: non gliele importa niente, al bambino che vive il presente, del suo futuro quando è proprio il suo presente che lo fa star male! Insomma: ci perdiamo la realtà contingente per inseguir una stabilità e una sicurezza in realtà inesistenti, ideali in senso meramente astratto e comunque sempre e inevitabilmente precarie - in definitiva passiamo la vita a morire, inseguendo una vita come si vorrebbe che fosse invece che dov’è sempre: qui, adesso! Chiudo: da una certa esperienza (che si vede leggendo altri post non lontanti), ho capito una verità fondamentale: che una cosa son le parole, ma tutt’altra (spesso…) son le persone; e io mi fido solo, esclusivamente di esse: di quel che fanno - infinitamente più di quel che dicono!
Storia vera (poesia)
L’unica storia che davvero valga
la pena d’esser raccontata, è proprio
quella che meno importa
alla Storia ufficiale –
ad essa contrapposta
e al suo grido di guerra:
quella d’amore, che ci rende umani
ma che non fa notizia sui giornali.
§
Cigol'io
Erodi a fondo
la ruggine del cuore,
attrito – amore.
§
UnIsono
Tutta notte che scrivo il tuo diario –
se tu sei me, come ora anch’io credo:
e ne ho la prova, perché ti ho baciata
ed ho riconosciuto la mia bocca –
rima rossa di labbra in fondo al sangue,
anima sillabata tra le lingue.
§
Cercando di sconvincersi
Mi piace l’onda che ti bagna i fianchi,
mi piace il mondo che rovesci avanti,
mi piace il cuore verde come un bosco,
mi piaci come il dio che non conosco.
§
Tutto – qui
Come fossi diffuso nelle cose,
cielo che tende a un altro cielo ancora
più grande, terra che solleva e cresce:
tu che dipingi il giorno con la luce
vasta del viso, e la bellezza scoppi
intorno, dietro ai gesti delle mani,
a sfiorare la fitta dei pensieri –
a spanderli, disperderli, sparirli:
come una rosa in boccio, che si faccia
l’amore aperto della primavera.
§
Lavoro (a far l'amore)
Mio zio non c'è. Io al suo posto. Tu in me.
Finestra dell'ufficio. Guardo. Nevica.
Forte. È bello. Strade vuote. Lucide.
Il bianco è dappertutto. Il cielo un soffio.
Una coppia cammina verso casa.
Di spalle. Con le borse della spesa.
Una lei e una lui. Gialle. Al riparo
di un grande ombrello a spicchi arancio e rossi.
I fiocchi sono soffici. Leggeri.
A volte un vortice di vento turbina.
Solo un momento. Il merlo attende. Nero.
Amministrando lo straordinario.
§
Ponti ubriachi
Devi lasciarmi un poca d'indecenza,
davvero non ne posso fare senza.
Mi devi dare retta qualche volta,
non tollero chi parla e non ascolta.
Pretendo che mi guardi mentre piango,
so che non è gran cosa amare il fango.
Voglio che tu ti vesta d'incoscienza,
conosco quest'amena e pia violenza.
Fammi sentire solo come un chiodo,
ricordami che sono appena un nodo.
Rendimi le tue mani per favore,
tieniti tutto quanto è in me d'amore.
Diventa donna quando sei con me,
dopo torna universo in un caffè.
§
Al punto (di sutura)
Per questo sole ad interim,
per le nascoste, le paradisiache
integrità del cielo,
per la terra che scalcia sotto i piedi
addormentati di misere soglie,
per queste sere stanche d’ogni stella
che illuda di lassù la veglia assente,
per tutto ciò: ti lascio,
amoremio, andare
a male, a bene –
decidi tu – perché
la strada non si fa se non insieme.
§
Le cose che io solo so di te
(con tutto il male, che però non dico...)
I fremiti che hai quando ti addormenti
nell’ansia in cui il tuo cuore spesso inciampa,
il ridere che fai nel dire “bœh?”
nel tuo dialetto misto – di frontiera;
il tuo dimenticarti tutto aperto –
cassetti porte sogni braccia e anima,
la frangia spettinata dall’amore
e il ravviarla subito – arrossendo;
i tuoi gilé annodati alla vita
e i maglioncini a collo sempre alto
per timore di essere scoperta,
nel pudore di venire ammirata;
il tuo dàrmiti intera in ogni stretta,
le tue mani come ali nel parlarmi,
i tuoi gesti d’uccello – il passo-volo,
la musica che fai quando ti muovi;
la tua voce che accoglie terra e cielo,
il tuo sfuggirti e rincorrerti in versi,
il timido non esserti all’altezza,
come una bimba che non riesce a reggersi;
il profumo di pane dei capelli,
il latte dei tuoi seni – miele estivo,
la bionda origine della tua pelle
negli esili sorrisi che elargivi;
l’Oriente che hai negli angoli degli occhi
e il Nord che soffia azzurro dalle iridi,
la bocca languida – sensuale e ròsea
e il tuo bacio – viaggio oltre le stelle;
le vette degli zigomi e delle anche
e la valle dell’Eden del tuo ventre,
il prender la mia vita nella tua
come si mette carne nella carne;
il tuo sentire estremo – travolgente,
il tuo amare tutti – come odiarli,
i tremori segreti di famiglia,
la gioia insuperabile dei figli;
il tuo adorare il mistero di Proust,
il tuo scolpirti e comprenderti in me,
l’essere indescrivibile che ho amato
e che ora in ombra di memoria vive.
(4/2/08 - 8/3/08)
Quando, in ammirazione, si contempla
non si può che restare a bocca aperta,
senza più le parole - a deturpare...
Oggi guardavo i cartelloni pubblicitari che t'assalgono in giro per le prossime elezioni, e mi veniva da vomitare… Si vede che la destra c’ha i manager d’immagine migliori e ci stan più detro da più tempo della sinistra: son meglio i loro! Veltroni è un coglione col faccione, dice bojate immani scritte a caratteri cubitali ovunque… Giuro, ma per la prima volta mi vergogno - sul serio - immensamente di quest’italia: con la minuscola, sì ché non c’è più niente di grande se non forse la storia e la memoria di quel che siamo stati e non siamo ormai più… Beh, no dài: le tracce ci sono, eccome - e menomale! Dico proprio i resti, le "rovine" fisiche, oggettive, nelle cose e nei paesaggi, città, arti etc. (ben diverse dalle macerie, invece prodotte dalla modernità - come osserva l’antropologo Marc Augé…). Solo che si sta dissolvendo tutto dentro le persone, il cemento e l’abUSA e getta avanzano come un carrarmato-cancro inarrestabile, che erode natura e cultura insieme e la memoria di chi e cosa siamo davvero (Benigni a Santa Croce l’ha fatto presente, e tenta di ricordarcelo dicendo Dante in piazza, in tv, ovunque!), e questo porta al paradosso della conservazione/dissoluzione nello stesso tempo - cioè più si sta di fatto perdendo, più ci si affanna (inutilmente) a voler conservare, a recuperare, a far tesoro d’un passato ormai misconosciuto, non più propulsore del futuro, radice seccata, dissotterrrata e messa in vetrina ma ormai inerte, fenomeno espositivo: museificazione della vita e suo simultaneo mercimonio, dissacrazione e svalutazione… E’ un po’ il segno del’apocalisse quotidiana: grande opportunità, se solo ci s’interroga e chiede s’è questa la vita che vogliamo. Ecco, tocca rimboccarci le maniche - ma tutti, e tutti quanti insieme! Come dopo la catastrofe.
Il fenomeno disinnescantemente denominato "bullismo" dalla nostra società, è in realtà la prova più evidentemente tragica e definitiva del fallimento, profondo ed irrecuperabile, delle cosiddette istituzioni scolastiche, latrici della formalistica ed irrealistica formazione pubblica, garantita a tutti dallo Stato della Repubblica Italiana (??!) - nonché della parallela, anzi precedente catastrofe dell'altra sedicente cellula base della nostra civiltà (?): l'ormai dispersa e inesistente, per quante buone intenzioni di fatto decoposta (e sono i fatti cioè le strutture economiche a 'educare', purtroppo, veramente...), "famiglia". Perché nessuno dice: la scuola ha fallito, questo modello di sviluppo economico ha fallito, noi abbiamo fallito ed è assolutamente e più che mai imminentemente necessario ripensare da zero i fondamenti della nostra vita quotidiana e, di qui, in macroscala?
Folle fino all'oracolo, vagando
nel medioveo dell''attualità,
fra stragi famigliari, fallimenti
d'intere civiltà - già deflagrate
nel flagello economico globale,
in supplizio mediatico/anestetico -
rammasso i visceri di questo corpo
dissociato a telecomandamenti,
e vaticino apocalissi entropiche,
stillicidi d'antropiche catastrofi,
caotiche inflazioni cosmo(il)logiche,
teratozoogonie d'estinti dèi...
Ora pure il respiro costa caro,
e non c'è macchina che porti in salvo -
la vita non risparmia più nessuno;
ma questa, che scegliamo e non vogliamo,
ogni momento incrementando il cancro,
vi chiedo - e rispondetevi, nei fatti -
quest'equazione a zero è, forse, vita?
Ancora libri letti:
Le Breton, Antopologia del dolore;
Odifreddi, Le menzogne di Ulisse;
Odifreddi, Il matematico impertinente.