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Nome: ness 1
NARRAMI, O MUSA,
L'UOMO DI SAPIENZE
CHE TANTO ERRO'
POI CHE ABBATTE' I BASTIONI
SACRI DI TROIA,
CHE DI MOLTE GENTI
VIDE E CONOBBE
LE CITTA' E LA MENTE,
E CHE TANTI DOLORI
DENTRO IL CUORE
SUL MARE SOPPORTO',
NEL CONQUISTARE
PER SE' E COMPAGNI
LA VITA E IL RITORNO.
OMERO - "ODISSEA"
(mia versione)
Narrami, o Musa, l'uomo di sapienze
che tanto errò poi che abbatté i bastioni
sacri di Troia, che di molte genti
vide e conobbe le città e la mente,
e che tanti dolori dentro il cuore
sul mare sopportò, nel conquistare
per sé e compagni la vita e il ritorno.
OMERO - "ODISSEA"
(mia versione)
utente anonimo in Blu bambino
situo in 30 pagine - 160 anni...
situo in Sentenza storica: li...
situo in 30 pagine - 160 anni...
situo in Tecnologia come succ...
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Ieri notte, intervistato su Rai 2, c'era l'ultraottantenne poeta solighese Andrea Zanzotto ad ammonire quest'umanità 'moderna' che l'idea di progresso che finora ha avuto e praticato non è compatibile con la vita, addirittura con la sopravvivenza e non più soltanto umana ma di tutto il Pianeta: perché, in questa catastrofe della bellezza, il progresso come s'è concepito e attuato fino ad oggi è distruttivo, divorante e famelico. La poesia non ci 'salva' dal trauma esistenziale, ma è una valida 'riabilitazione' etico/estetica. Il suo praticamente coetaneo e anche lui scrittore, il "piccolo maestro" Luigi Meneghello avrebbe approvato: ma ha preferito lasciarci a sbrigarcela noi, andandosene per sempre qualche giorno fa. Ora, dei tre grandi vecchi veneti (e italiani) ritratti qualche anno fa dal regista padovano Carlo Mazzacurati, con la collaborazione dell'attore teatrale Marco Paolini, son rimasti solo Andrea Zanzotto e Mario Rigoni Stern a testimoniare.
La carità, è l'unica vera concreta fede e speranza. Il resto, solo chiacchiere.
A me i miti/favole piacciono ed esaltano, ma solo perché son il riflesso fantastico della più lucida visione della realtà: come specchi evidenzianti le strutture fondamentali non solo della faccia diciamo esteriore del mondo, ma anche proprio degli stessi chiamiamoli organi di percezione/pensiero interni (quindi: con aperture abissali sul mistero, l'oltre, la trascendenza, l’ignoto)...
“Sin dall’infanzia, mi sembra di avere sempre avuto, molto netto, il doppio sentimento che doveva dominarmi durante tutta la prima parte della mia vita: quello cioè di vivere in un mondo senza evasione possibile, dove non restava che battersi per una evasione impossibile. Provavo un’avversione, mista di collera e di indignazione, per gli uomini che vedevo adagiarsi in esso confortevolmente: come potevano ignorare la propria prigionia, come potevano ignorare la propria iniquità? […] Non sono più i rivoluzionari che fanno l’immensa rivoluzione mondiale, sono i dispotismi che l’hanno scatenata, è la tecnica stessa del mondo moderno che rompe brutalmente con il passato e mette i popoli di interi continenti nella necessità di ricominciare la vita su basi nuove. Che queste basi debbano essere di giustizia sociale, di organizzazione razionale, di rispetto della persona, di libertà, è per me una evidenza stupefacente che si impone poco a poco attraverso l’inumanità del tempo presente. L’avvenire mi appare pieno di possibilità maggiori di quelle che noi intravedemmo per il passato. Possano la passione, l’esperienza e gli errori stessi della mia generazione combattente illuminarne un poco il cammino! (Città del Messico, 1942 - febbraio 1943)” - questi son, per restar in tema di 'profeti della realtà', gli straordinari incipit e finale del grande “Memorie di un rivoluzionario” di Victor Serge (1890-1947)…
Sto finendo di legger un librottone (saggio sul mito e sulla struttura del tempo, come da sottotitolo), "Il mulino di Amleto" di Santillana e Von Dechend (complicatissimo, ma altrettanto interessante): mito e fiaba eran un tempo quasi la stessa cosa, la formula (letteralmente scientifica) con cui si trasmetteva (fin dall’infanzia, e quotidianamente praticato nella ritualità cui era associato e che permeava ogni gesto) il 'sapere' (tra apici perché non soltanto teorico-intellettuale, com'è invece secondo la degradata accezione moderna) della vita.
"Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend hanno scritto un libro memorabile, II mulino di Amleto, per mostrare quanto il cielo permeasse fin nei minuti particolari il sapere e la vita quotidiana degli Antichi. Attraverso le storie degli dèi e degli eroi di ogni parte del mondo, è possibile costruire una geografia celeste dettagliata e rigorosa, che stabilisce le posizioni delle stelle fisse, le posizioni dei pianeti (per gli Antichi, anche il Sole è pianeta!), le relazioni fra queste posizioni, le variazioni di queste posizioni… Anche la precessione degli equinozi fu accuratamente notata, descritta e commentata. In un mondo in cui il cambiamento era segno di disequilibrio e di trasgressione, questa erranza del Sole equinoziale verso configurazioni nuove e inaudite era vista con sospetto e con timore. Di fatto, divenne la misura stessa della decadenza rispetto al tempo felice dell’Età dell’oro"… Perché questo titolo, Il mulino di Amleto? Gli autori alludono al mulino posseduto da una sorta di prototipo norreno (nell'Edda… ) dell’Amleto shakespaeariano, mulino di fiaba che "macinava pace ed abbondanza", ma infine divenne un Maelstrom in fondo al mare! Come detto, si alluderebbe ad un processo astronomico: appunto, la secolare processione del sole attraverso i segni dello zodiaco, a determinare le età del mondo e a dar vita via via alle varie ere (sino al Crepuscolo degli dèi: nel contesto, inondazioni e cataclismi annunicano la formazione del "nuovo mondo"…).
Qualche precisazione (così torna chiaro anche perché mutamento = male): la ‘tesi’ di questo libro non è tanto semplice, perché quel particolarissimo mutamento ch’è la fine dell'Età dell'oro di Saturno (il Regno dei cieli, in altro e ben più noto e ancora attuale 'mito'...), corrisponde alla biblica Caduta o Peccato originale (tanto per dar l’idea delle rispondenze, in tutte le culture, degli stessi temi) e allude all'incrinare/deviare da - o voler oltrepassar il giusto (vitale/necessario) limite etc. Quel tempo felice era (e potenzialmente è ancora: sempre!) un viver il tempo in modo completamente diverso dal nostro d'oggi: la Terra (e l’uomo, humus) era orientata al Cielo, e gli dèi (le potenze naturali e celesti) camminavano e vivevano con gli altri esseri… Chi ha smarrito la rotta nella notte, la può trovar solo ri-levando gli ochi al cielo (per ciò Dante conclude ogni visita ai 'tre livelli spirituali' con le "stelle", governate dall’Amore...).
Ed ora, ecco alcune chicche in tema di favole (e pari son le riflessioni diciamo filosofico-antropologiche), da questo libro:
C’è un mulino che macina da solo, gira da solo e sparge la polvere a cento verste di distanza. C’è anche un palo d’oro sormontato da una gabbia d’oro che è pure il Chiodo del Nord. E c’è un gatto molto saggio che va su e giù per questo palo: quando scende canta canzoni, e quando sale narra racconti...
Kronos [il Tempo], addormentato nella grotta d’oro a Ogigia [isola ombelico del mondo], sogna ciò che Zeus [dio/vita] va premeditando...
Vidarr si volgerà e pianterà un piede sulla mascella del lupo - questo piede è calzato da una scarpa il cui materiale è stato raccolto attraverso tutti i tempi...
Per gli uomini quell’acqua [dello spaventoso fiume Stige] è ineluttabilmente fatale, salvo un solo giorno dell’anno (ma nessuno sa quale) in cui diviene l’acqua dell’immortalità...
La Santa Romana Chiesa Cattolica e Apostolica, coi suoi 2000 e più anni di terrore e violenza, crociate di conquista ("liberazione") di presunte Terre Sante e Santi Sepolcri, di morte, roghi di geni e "santi" e inquisizione a tappeto, sopruso umano e degrado etico e civile, d'involuzione e umiliazione morale e intellettuale, d'antisemitismo e benedizione/collusione con eserciti d'aggressione e regimi totalitari nazi-fascisti con sulla coscienza genocidi e stermini dei più deboli - e tutto nel nome di quel loro ripugnantissimo, vergognosissimo, meschino e in realtà controcomandamentario "Dio" (che, anche solo per questo, si merita nient'altro appellativo che quello di: stramaledettissimo boia!); con le sue in realtà autosqualificanti (ma di fatto mal-operanti) infinite e insinunati gerarchie di potere (temporale, ed esclusivamente quello!), di dominio e monopolio del sacro (2000 anni di sconfessione totale d'un gradissimo esempio che, malgrado l'appropriazione indebita successiva, mai scrisse e solo visse e predicò: e questa continua ad esser la vera comunità, anche oggi - non certo la vituperabilissima e di fatto inesistente Chiesa!); coi suoi millenari sistemi di controllo del tempo (e quindi dei ritmi biologici, attraverso rituali e 'cultura'), della vita e delle anime o anche solo delle coscienze; col suo esercito maschilista e inetto di preti autocastrati e militanti missionari che, senza cuore e/o incapaci di farsi una vera famiglia propria e d'amare una persona in carne ed ossa per tutta la vita (come vorrebbero e costantemente inculcano, agli altri!); con tutto ciò (o meglio: contro tutto ciò) pretende pure di venirci a predicar proprio ciò che non riescono a far manco i suoi adepti per primi: ma sentite un po', e come posson mai anche solo immaginare d'aver ascolto coi 'buoni consigli' che vorrebbero dare su quella vita che non praticano né conoscono e che anzi sconfessano con la loro stessa inutile e dannosa esistenza?!! Proprio loro, che non soltanto se ne tengono ben alla larga, e la negano in ogni modo possibile attraverso il proprio essere che ne incarna l'esatto diabolico opposto ma, contravvenendo a questo fatto che da solo li esclude in partenza dal cosiddetto "commercio col mondo" relegandoli a pregaioli eremiti monàdici autoevirati, pretendon poi pure d'arrivar nel mondo (in cui la gente vive e muore di quella vita di cui non sanno niente, e a cui non partecipano né intendono conoscere davvero praticandola!) e di determinarne ex abrupto, dal di fuori, i principi fondamentali di bene e male?!! Ma con che diritto, ma con quale mai autorevolezza e quindi autorità, ma da che stravuotissimo pulpito (anzi pienissimo: ma di nulla, di morte, non vita e male) vanno cianciando questi; di che mai posson blaterare, se non di sole vacuissime parole attaccate a quel niente/negativo che han dentro e che vanno spacciando ovunque nel mondo chiamandolo vaniloquentemente col nome/maschera di "Dio"?!! Ma finiamola!!
Perché nella società attuale (occidentale e occidentalizzata), ormai tra quasi tutti, è così diffusa la terrorizzante paura di morire, con conseguente iperdifesa violenta e aggressiva della propria (sedicente) vita e parallela ricerca di 'vite eterne' di vario tipo e dai più disparati offerenti? La risposta è chiara, e naturale: soltanto, e semplicemente, perché non si vive davvero.
"Se i tempi non chiedono la tua parte migliore, inventa altri tempi!"
Stefano Benni - Baol
Dissento. Totalmente. Anzi: questa roba mi ripugna. Mi dà nausea, vomito. Per aver desideri purchessia, si preferisce recludersi?!? Ma siamo matti?!! Dal punto di vista diciamo buddhista, il Nirvana è non aver desideri: non siam più prigionieri, siamo liberi. Ma noi non si fa che rinchiuderci in nuove prigioni per poter desiderare d'uscirne: assurdo, malato, delerio, micidiale! La storia di Vonnegut, comunque, fa acqua: si antropomorfizza l'uccello, gli si danno sensazioni/pensieri umani, invece d'imparar per esempio da lui che è proprio quel circolo perverso/vizioso che ci rende così bassamente umani - l'"umano troppo umano" di Nietzsche, che molti pur denunciandolo come come carente, insufficiente e mancante, alla fine accettano e praticano. Dal punto di vista del prigioniero (forzato o volontario, c'è una differenza abissale!), la prospettiva d'uscire (o evadere) è diciamo comprensibile, ma assolutamente non giustificabile: se è per propria scelta, allora ci si merita non solo di non uscir più ma anche di penarci almeno per il resto della propria esistenza! Dante, per esempio, non è mica lui che condanna i dannati (sia i già morti che addirittura - attenzione - quelli anora vivi!) alla pena eterna: son gli stessi dannati a bruciarsi nell'inferno della propria non-vita! Attenzione, poi, perché nella storia di Vonnegut c'è una spia (linguistica) decisiva: è detto en passant, ma all'essere che sfiora la libertà essa 'appare' "allarmante"; e qua si decide tutto: se la scegli comunque, vincendo la paura; o se preferisci la tua bella gabbiettina-dei-desideri! Vuoi la verità? Ti farà male: farà male al tuo ego e a ciò che (solo) pensavi d'essere, anzi verrai distrutto per com'eri prima. La maggior parte della gente non è in grado d'accettar una simile trasformazione, questa rivoluzione, questo cambiamento radicale: questa morte-e-resurrezione. Sta nel suo guscio e lo 'arreda' finché non deve cambiarlo; perché la verità non sta ad aspettar la mascherina dell'Io: a un certo punto la vita sbaraglia ogni falsità e sclerosi e (in definitiva) morte. La vita a volte bussa così forte che 'devasta'. Ma come dice il proverbio: ciò che al bruco appare come la propria fine, in realtà non è che l'inizio d'una nuova vita per la farfalla che diventa. Sì, ma vuoi volare?
Una decina di giorni fa, il medico responsabile del Pronto Soccorso dell'ospedale dove lavoro (con una cooperativa di servizi, non assunto dall'ULSS: tanto perché sia chiara la mia situazione, anche economica), che c'ha fatto l'ultima lezione d'un corso di formazione finanziato coi fondi europei e incentrato sulla comunicazione (corso per me in fondo superfluo: tutte cose che sapevo già fin troppo bene, anzi ho fatto degli interventi che han messo in crisi gli stessi 'docenti' - come mi capita ormai spesso) s'è spinto molto oltre il suo compito istituzionale di quel frangente specifico, arrivando a dire che l'accelerazione (parossistica, preciso io) dei RITMI della società attuale porta alla NON CONOSCENZA RECIPROCA tra gli stessi congiunti, tra famigliari! Non frequentazione, non familiarità, non intimità e rapporto e quindi neanche trasmissione intergenerazionale dei saperi biologici elementari tra i famigliari, con conseguente riduzione/precipitazione sul piano clinico ovvero MEDICALIZZAZIONE DEI RAPPORTI INTERPERSONALI che, a causa di quanto appena detto, diventan PROBLEMI (e in quanto tali, 'irrisolvibili'). La non-relazione, come del resto già sapevo e chiunque può constatare oggi (oltre a esser nozione esperienziale ben viva e presente in qualsiasi popolazione/tribù 'selvaggia', tramandata da millenni ma chissà come mai, oggi, per noi andata quasi del tutto persa, o nascosta chissà da chi e perché...), crea scompensi biofisici 'risolti' con strutture esterne, istituzionalizzate, previste ad hoc: ma così il vero CUORE del problema, la NECESSITA' RELAZIONALE (IL TEMPO INSIEME!!!) non viene mai non dico affrontato, ma neanche lontanamente intravisto, e solo si sposta continuamente da un posto (o organo del 'corpo sociale') a un altro, appositamente approntato e deputato (nella procrastinazione eterna dell'unica scelta risanante: aprire i sensi/mente/cuore e vivere nell'armonia del cosmo) quella che si vorrebbe pretender come 'soluzione' - e immediata, per di più (la famigerata 'pillola dell'immortalità', o della felicità! Invece di COSTRUIRE RAPPORTI E CRESCER IN QUESTO CH'E' IL SENSO STESSO DELLA VITA e che anche la medicina occidentale non ha ancora perso del tutto: ché il La al processo guaritivo lo dà, una volta riconosciuto d'esser malati, la richiesta d'aiuto a chi empaticamente/umanamente può comprender il nostro male ma, contemporaneamente, è più forte di noi e di quel male e ci aiuta così a vincerlo e superarlo - il che, tra l'altro, è la vicenda religiosa e la funzione taumaturgica stessa di Gesù: ma finché ci sarà di mezzo la mala genìa cattolica, amen). Il medico del P.S. c'ha portato poi un esempio estremo, ma significativo: una sera una donna, una signora ancor giovane, una madre forse separata/divorziata ha portato da loro il proprio figlio perché gl'insegnassero a masturbarsi - come si porta l'auto a riparare dal meccanico, per venirsela a riprender aggiustata e funzionante (così chiosava il medico). Questa perfetta diagnosi delle cause del male, però, non è stata riconoscita come tale neanche dal medico stesso che l'ha fatta, perdendo quindi anche la possibilità di cura in essa implicita, ovvero: la decisione - comune - di cambiare vita, abolendo questi ritmi malati e senz'alcuna possibilità di guarigione reale. Dopo aver individuato i motivi esatti del male sociale e individuale d'oggi, con tanta accuratezza e profondità, addirittura un medico quale lui è ha avuto subito la 'bella idea' d'aggiunger che bisogna comunque adeguarsi, che non possiamo pretender che dove oggi c'è una foresta (eccezionale organismo che avrebbe tanto da insegnare all'uomo, se solo volesse imparare...) lì possa durare centinaia d'anni: quando invece in natura è proprio così, accade proprio un durare e svilupparsi per il loro giusto tempo a tutte le cose, e anzi ogni processo vitale ha dei suoi precisisissimi e necessarissimi ritmi che vigono quali strutture, cardini, pilastri e leggi incontrovertibili dell'esistenza stessa, non alterabili né modificabili (o così, o la morte!): come la fondamentale e imprescindibile respirazione, o la circolazione sanguigna, o lo stesso CICLO (parola anzi cosa, anzi processo o meglio: rivoluzione - SACRA) mestruale e gestazionale: c'è un'ARMONIA, una MUSICA in tutto questo, e noi la stiamo violentando fino alle sue (e nostre) estreme conseguenze (l'aumento devastante dei disturbi del mestruo nelle donne, dell'astenoteratozoospermia negli uomini, dell'infertilità...) - e senza neanche minimamente capire cosa (ci) stiamo facendo, senza rendercene neanche un po' conto: senza esserne consapevoli, ché se appena lo fossimo non avremmo un solo istante d'esitazione nel cambiar subito rotta alla nostra vita! Non percepiamo più niente, nel gorgo dromopatico da noi stessi innescato... E così, come l'11 Settembre l'avevo in qualche modo prefigurato circa un anno prima (si veda la "Domanda" che chiude, e riapre, il mio librino Sarà-jevo? - qui tra i link del blog) e lo Tsunami era benissimo preavvertibile dovesse prima o poi succedere (vedi il testo "Il cielo della terra" della raccoltina di poesie Per (semplice) respiro, nella piccola antologia collettiva linkata sempre qua nel blog), ora posso ormai dire che il coltello che stiamo affondando nel cuore della natura umana, lo sentiremo solo quando rispunterà fuori dalla parte opposta di quell'unicum psicofisco che costituiamo con tutto il resto del cosmo, ovvero dal ventre germinale stesso della Natura dilaniata fino alla più completa e forse ultima agonia, sfinendoci contro l'illusa nostra sete d'immortalità felice.
Quando si nomina "Dio" (lo si fissa, rinchiude, blocca - una volta per sempre: impositivamente), lo si uccide. Il Terzo Avvento, del Cristo-Tutti, è ormai prossimo; ma non perché me l'invento io: perché ormai ci siam talmente messi alle corde, che l'unica alternativa è tra darci il definitivo 'colpo di grazia' o effettivamente graziare noi stessi e quella Terra da cui prendiamo nome in quanto uomini (humus, homo: humilitas...) - smettendo di "costruire la fine" e lasciando che la perenne rinascita naturale, e divina, ci ri-raggiunga. Il degrado antropologico che Pasolini già inziava a veder 50 anni fa, è ormai a uno stadio finale, a un punto di non ritorno, di necessaria scelta: o accadrà un passaggio evolutivo, un salto antropologico, una crescia psichica, una consapevolizzazzione spirituale simile per portata alla Peshà (pasqua) ebraica (o cristiana) - e però necessariamente a livello collettivo: per forza comunitario, interpresonale, superindividuale - oppure è già ora la fine (l'Apocalisse = svelamento/catastrofe è già adesso, ovvero sempre si dà la possibilità di comprender o meno, di veder svelate le cose nella loro potenza 'eterna' o vedercele svanire davanti per nostra stessa scelta, pur se inconsapevole...). Esistono tutte le conoscenze per sanare 'il tumore chiamato umanità': ma non le si impiega. E perché? Intanto perché quelli che sono i 'modelli', che indicano la via (e non son necessariamente persone fisiche, si tratta anche d'esempi extraumani: animali, piante, pietre...), vengono subito disinnescati relegandoli in 'aldilà' o religiosi (confessioni/frottole cristiane...) o artistici ('eternità' di scorta, antropo-latria...) o scientifici (mito/menzogna del progresso...) etc., sempre senza venir praticati (incarnati) concretamente, nell'esistenza quotidiana, da chi vive oggi (e mai più!!!...): ciò accade perché il grado di 'sacrificio' richiesto da questa vera vita è altissimo, e può esser pagato addirittura con la morte; in Veneto esiston sistemi di coercizione al suicidio peggio che nel Sud, dove almeno son più diretti e ti sparano in faccia se voglion che sparisci: qua, invece, una qualsiasi tra le decine e decine di banche spalmate in pochi kilometri di Riviera, con tutti i soldi di cui dispone, invece di contribuir a estinguer la fame nel mondo, li viene a 'prestar' a te, per la tua casa, incatenando la tua miserabonda esistenza - non vita - a un mutuo-cappio che pagherai finché non schiatti (in Giappone, coi mutui multigenerazionali, puoi nascere già indebitato: già schiavizzato a vita: eh, là sì che son davvero avanti...), e così ingrassi quei già lardosissimi maiali che ti sbranano vivo (e mi scuso coi maiali, ché loro non hanno alcuna colpa). Allora, l'allontanamento di questi modelli è diciamo difensivo: ma è un istinto deragliato, portato al parossismo; è esattamente quel che è il male del nostro tempo - a livello organico: ma ogni segno fisico è anche segno psichico (e ciò non va ridotto/semplificato in mera 'psicosomatica': attenzione, ché ne va della vita, e ormai non più soltanto umana...) - cioè il tumore: così il principio rigenerante/risanante dell'organismo, anzi del suo nucleo formante, la cellula, 'impazzisce' e degenera moltiplicandosi in modo abnorme, va oltre quei limiti/norme/necessità vitali che i greci antichi (pagani) avevan ben chiari e che invece l'Occidente da sempre vuol forzare (tipo la vita eterna in senso decaduto del cattolicesimo, con la conseguente volgar/secolarizzazione scientifica: nata con Cartesio, che fonda la matematica nientemeno che su Dio in persona: che sarebbe troppo buono per permetter ci s'inganni, così risolvendo il suo illusionistico dubbio e amen). La società occidentale è un palese e violentissimo totalitarismo monopolizzante/manipolante (il Nazismo non n'è stata che la prefigurazione su mega-scala: ma il principio è lo stesso...): siam costretti dalla nascita a non essere, giorno per giorno, istante dopo istante, liberi solo di comprarci surrogati/anestetici psichici d'ogni sorta come da catalogo ('arte' inclusa), facendo così girar - come previste rotelline - il marchingegno del soldo e del potere a esso legato. Così, quella che nasce (tutt'oggi eh!) come puro (in senso letterale) grimaldello della consapevolezza, ormai è fagocitata e rivenduta come 'cosmesi per l'anima': non val niente, anzi serve a una sola cosa: a non esser niente, a sparir nel sistema-potere etc., con la paradossale illusione d'esser pure 'colti'! Ci son pochissime 'cose' che scavalcano di netto e subissano tutto ciò (o l'annientano - ma è come annientar il niente: sconfiggere il nulla, secondo l'immagine di Ende ne La storia infinita...), e queste rarissime 'cose' son in realtà le relazioni affettive: c'è una potenza inimmaginabile nelle cose, noi inclusi, calcolabile in infiniti elevati a loro volta all'infinito, forza incommensurabilmente più potente di qualsivoglia cosa prodotta dall'uomo, di qualsiasi arma, della somma di tutte le bombe atomiche mai costruite finora più anche di quelle future: e questo autentico immenso potere vitale, che tutti ogni giorno sfioriamo o presentiamo nella vita concreta o presagiamo in libri, quadri, canzoni etc. non è altro che affettività (la libido di Freud e Jung) ovvero: amore (a tutti i livelli possibili: dal trasporto erotico all'estasi mistica - che alcuni tàntrici assicurano coincidere: e posso confermarlo senza problemi). Se vuoi ridurre l'uomo a schiavo, privalo d'amore: non troverà mai più senso in niente. Avrà tutto, ma non sarà niente. Servirà solo come ingranaggio: servirà - solo. A me, insomma, non frega proprio niente se c'è mai stato un unico Cristo/Buddha storico ect., quando ce n'è oggi quasi 7 miliardi che penano tanto da far tremar il pianeta, ormai prossimo al collasso per la loro dispersione/disgregamento/decoposizione sociale, affettiva, cosmica... A me interessa solo che la mia pena, così come la mia gioia, sia (cioè: è) comune - e non solo a uomini 'miei simili', ma a tutte le cose: ascoltatele, osservatele, sentitele: è altro che questo la poesia, o la musica e la pittura etc.? Son forse altro che: 'scuola di comunione'? Altro che segnal'etica interiore: dito che indica non la luna/vita, ch'è sempre là, ma il nostro occhio/cuore/mente chiusi: e se non serve a questo-tutto, l'arte, a che mai serve? E a che 'serviamo', quindi, noi stessi? Anzi: perché ci siamo? Sì-amo.
Anche oggi riflettevo su una cosa, che in fondo ho sempre pensato anzi proprio saputo (per esperienza personale), ma su cui ho avuto una bella e autorevole conferma non tanto tempo fa (in un libro: appena lo trovo ne citerò anche il titolo giusto, visto che lo ricordo male; credo però d'averne già scritto, mesi fa...): e se davvero - tutti quanti, insieme - facessimo solo i lavori che ci piacciono, invece di farci stritolare in un meccanismo lavora-consuma-crepa che è non-vita e appena (a pena...) ci fa sbarcar il lunario, sfinendoci nei giorni senza un vero senso? Allora sì, che il mondo io non dico sarebbe un perfetto Eden - ma insomma, qualcosa che gli si avvicinebbe di molto sicuramente sì... E la prova - se proprio ne cercate una che non sia la sola valida (e cioè: la decisione e il tentativo di perseguire ciò personalmente!) - dico la più grande prova, che chiunque può verificare e che basta da sola a sbaragliare qualsiasi tipo di vana obiezione a riguardo, è: che le sole 'cose' che hanno davvero un valore fondante ed essenziale e che rimangono, per virtù propria, nel patrimonio storico-sociale-artistico etc. dell'umanità, sono per l'appunto unicamente ed esclusivamente le opere frutto del più personale, intimo, profondo e naturale piacere (creativo!), e non certo gli aborti esistenziali d'un qualsiasi coercitivo e castrante/depotenziante/svilente/micidiale dovere!!! Questa prova, è la mia conquista di oggi (ma quella di quando lessi il libro suddetto era forse ancor più potente, ossia: per far ciò che davvero amiamo, bisogna scoprire chi siamo in realtà...): posso sbatterla in faccia a tutti i fatalisti e gl'idealisti.
Succhia le mammelle colui che sorregge gli astri.
S. Ambrogio
"Colui che ha cantato di tutto cuore e di gioia,
ama ciò che ha cantato, ama Colui per il quale ha cantato,
ama coloro con i quali ha cantato."
Per capirsi fra loro, gl'immigrati
parlano l'italiano: com'è bello,
l'amato idioma udire rischioccare
tra le bocche del mondo - come un bacio.
Storiella letta in giro di recente: le farfalle vivono così poco perché la loro vita è dolorosissima e non potrebbero sopportarla più a lungo. A parte l'atteggiamento tragico (che potrebbe esser rovesciato: vivono poco per la troppa felicità!), quel che m'intriga è il diverso livello d'intensità: come sempre, ha a che far col tempo (che non è una dimensione esterna, ma è intrinseco alla massa/energia: siamo composti di spazio/tempo, così come lo produciamo). Trovo analogie con la breve vita di molti geni: come farfalle...
Chi non ride mai, non è persona seria.
Fryderyk Chopin
1) Lo stra-ordinario 'risiede' - nel cammino! 2) Rispetta chi ti minaccia: come frase può già bastare anche così, ché include il non aver timore di chi minaccia, appunto, proprio essendo in grado di (o per poter) rispettarlo. Da qua, manca solo l'ultimo passo - quello più grande e difficile, che nei Vangeli canonici vien fatto dire al Cristo: "Ama il tuo nemico". E' ancora più forte. Più sconvolgente. Perché l'innocenza è inattaccabile. Non è che non amiamo perché (in conseguenza del fatto che) veniamo attaccati: anzi, proprio al contrario veniamo feriti perché (in conseguenza del fatto che) non amiamo - e certo non si tratta di un amore individualistico, diretto (d)a un (s)oggetto.
Uhm... Non conosco l’autore (Santayana) e la sua più generale visione, ma con queste righe [cfr. commenti al post] non son troppo d’accordo: la maschera è qualcosa di diverso per esempio dalla pelle e quindi dalle naturali superfici (dove si nasconde la profondità, come diceva qualcuno…), la maschera è qualcosa che copre e nasconde di suo anzi è nata più che per incarnare per 'caricaturare' degli aspetti naturali e quindi nasconderne degli altri (magari meno naturali e più 'forzati oltre'). Per me, una dimensione in cui non ci si può nascondere (che quindi non può mai, in nessun caso, funzionare da maschera) è il tempo. (Meditarci…) La mia idea (pur se si forza un po' troppo la cosa a chiamarla così!) è anzi l'esatto contrario della ferma stabilità o eternità (diciamo parmenidea) cui allude la frase di Santayana: "Le maschere sono espressioni fermate nel tempo". Ovvero: falsificazioni. Io, viceversa, intendo - e anzi ora provo a ribadirlo in altro modo: il tempo è il solo vero grande smascheratore (eventuale) - proprio grazie alla sua dimensione fluida e mutevole, unicamente capace di svelare quel che un mal-inteso tipicamente occidental-razionalistico identifica con la cosiddetta 'identità'. Intendo una identità variabile: pare un paradosso, ma in fondo non lo è; come quei pensieri meditati che però hanno la forza dell'immediatezza, di cui diceva un amico altrove: un esempio son gli haiku giapponesi, 17 folgorantissime sillabe per trascriver le quali basta un attimo, ma la cui composizione dura solitamente tutto il tempo d'una vita (dalla nascita fino al momento di scriverle: forse anche da prima, e oltre). In questo senso, il tempo è il solo veicolo e l'unica strada percorribile verso la conoscenza autentica (l'orizzonte: irraggiungibile, ma direzionante/orientante...). Quindi: non maschera, fissazione e sclerosi 'immutabile', ma processo - perpetuo avvicinamento, e avvicendamento, di singole sclerosi da cui il nostro modo occidentale di ragionare non riesce purtroppo ancora a staccarsi... Il tempo è quindi il solo grande smascheratore d'immagini/parvenze, idoli - strutture destinate a cadere, proprio perché voléntesi (presuméntesi) fisse e stabili. Perché ogni maschera è persona, almeno come ogni persona è maschera: ma c'è un quid inimmaginabile, non identificabile-slerotizzabile-uccidibile (una volta per tutte, almeno...) - una volta per i mistici è divinità, ora per la fisica post-einsteniana fu la la luce/materia [che frase, con doppio doppiosenso: "una volta" inteso sia come "tempo fa" che come "una volta è questo ma un'altra quest'altro"; e con l'inversione temporale "ora fu" che richiama citazioni bibliche dalla Genesi ma in contesto profano-scientifico...]. Quel che è certo, è che la storia/'realtà' non insegna niente - proprio perché è anzi il mito/'favola' a mostrar il cuore vero dell'esistenza: e così, come Ulisse ubriacò e accecò il Ciclope io invece non ho bisogno di far altrettanto con gli enciclopedici: ché ubriachi e ciechi lo son già da sé - e proprio per colpa del troppo sedicente sapere: un mucchio d'ininterpretati dati non è che una specie di gran baccano di 'luce', mentre il cielo stellato può mostrar ogni rotta a chi lo sappia guardare e cerchi (nel) bene.
Venni, vidi: cacai
stronzo che in tutto somigliava a pigna -
e il bosco ne fu lieto.
Ecco qua, bene bene, un altro bel 'filmettino' che bisognerebbe andarsi tutti a vedere: Il destino nel nome di Mira Nair. Niente da fare: gli indiani ci surclassano. Mai visto un film di tale poesia (la parola non è casuale, né certo per quanto mi riguarda abusata): una potenza emozionale - affettiva - incredibile. Una storia famigliare (e già questo, in una società sempre più disgregata e monadica - dispersa in infinite solitudini - è qualcosa che va ben oltre l'individualismo occidentale), ma in un contesto e con un fondo e uno spessore etico di natura epica: religiosa, quasi (s'intenda: non confessionale; semplicemente: relazioni profondamente umane e spirituali, cosmiche). Storia d'incrocio/incontro di mondi lontani e diversi, d'emigrazione e integrazione, storia di legami e perdite, di amore e morte: di vita, insomma. Anzi: di vite - molte, insieme. Tempo che scorre attraverso il sangue. Ogni più piccolo gesto personale è compiuto nell'infinità d'una ripetizione perenne e insieme ogni volta nuova: s'avverte, in ogni vita, l'eco di tutte le altre - passate e future. C'è come un coro universale, intorno alle minime cose d'una 'qualsiasi' vita. Questa gente ha qualcosa da insegnarci: ci mostra come essere divini. Già nel solo vestire: chi veste come un dio e lo fa insieme a tutto un popolo, è qualche abisso oltre la nostra miseria occidentale. La sposa e madre, nel film, parte dall'India dove cantava quella loro sublime e ineffabile musica sacra: va in America (U.S.A.) e perde l'armonia che aveva, non canterà più. Se non quando, vedova (a 45 anni) e madre di 2 figli già adulti, tornerà nella propria terra. Una poesia che ti entra nel cuore, te lo fa battere insieme all'universo. Questo film ci purifica. Commuove fino alle lacrime. Esci che senti l'amore traboccare da ogni cosa.
"Quando avrai fatto musica almeno simile a Beethoven, allora l'ascolterò." - mio padre. Sempre molto disponibile con me, e di modeste pretese. Pur non suonando neanche il piffero, ho da poco saputo che lavorando da cameriere ogni tanto da giovane cantava pure. Ecco: guardatevi Quattro minuti di Chris Kraus, uscito di recente nei cinema italiani; poi magari anche Walk the line di James Mangold, sulla vita di Jonny Cahs: avrete una lontanissima pur se chiara idea del 'luogo' da cui arriva la cosiddetta arte, e di che cosa vuol davvero dire esser necessitati a cavarsi fuori dal cuore un po' di musica e armonia, solo per alleviare qualche attimo l'opprimente prigione di male che stritola e asfissia l'esistenza (e la fama è niente: anzi, spesso c'è solo fame e la tremenda pena di non potersi esprimer né esser compresi neanche in quell'unico modo - come fu, per esempio, anche per Van Gog pur se in campo pittorico: leggetevi la sua devastante biografia romanzata in Brama di vivere di Irving Stone, e guardatevi il potentissimo Vincent e Theo di Robert Altman - oltre allo straordinario film di Julian Schnabel sul graffitista statunitense Basquiat). E visto che ci sono coi consigli cinematografici sul rapporto vita-arte, questo è uno dei migliori film che abbia visto da un bel po' di tempo in qua: Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck.
Alla fine della Vita prima di San Fracesco, scritta (su commissione papale, per l'imminente consacrazione alla santità) dal frate minorita Tommaso da Celano, poco prima di sciorinare un elenco di miracoli a testimonianza e prova, l'autore ci racconta (quasi in presa diretta: fu contemporaneo del Santo) la cerimonia di canonizzazione in cui il messaggio che il poverello di Assisi aveva dato con la propria vita - secondo l'ormai fin troppo ben (anzi mal) nota formula di appropriamento e stravolgimento indebiti, invalsa da sempre presso la Santa Romana Chiesa Cattolica e Apostolica - viene letteralmente annientato sotto la potenza (il potere) dell'istituzionalizzazione che sola pretende di conferire dignità e anzi quasi realtà ai fatti. Queste le parole (in traduzione dal latino) traditorie: "Domina al centro il sommo Pontefice, lo sposo della Chiesa di Cristo [...] con la corona sul capo in segno di gloria e santità. Adorno delle infule papali e dei paramenti sacri allacciati con fibbie d'oro scintillanti di pietre preziose, l'Unto del Signore appare nello spelndore della sua gloria, rilucente di oro e di gemme istoriate, e attira gli sguardi di tutti. Lo circondano cardinali e vescovi, similmente ornati di splendidi monili sulle vesti candide [...]." (Parte Terza, cp.vrs 125).