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Nome: ness 1
NARRAMI, O MUSA,
L'UOMO DI SAPIENZE
CHE TANTO ERRO'
POI CHE ABBATTE' I BASTIONI
SACRI DI TROIA,
CHE DI MOLTE GENTI
VIDE E CONOBBE
LE CITTA' E LA MENTE,
E CHE TANTI DOLORI
DENTRO IL CUORE
SUL MARE SOPPORTO',
NEL CONQUISTARE
PER SE' E COMPAGNI
LA VITA E IL RITORNO.
OMERO - "ODISSEA"
(mia versione)
Narrami, o Musa, l'uomo di sapienze
che tanto errò poi che abbatté i bastioni
sacri di Troia, che di molte genti
vide e conobbe le città e la mente,
e che tanti dolori dentro il cuore
sul mare sopportò, nel conquistare
per sé e compagni la vita e il ritorno.
OMERO - "ODISSEA"
(mia versione)
utente anonimo in Blu bambino
situo in 30 pagine - 160 anni...
situo in Sentenza storica: li...
situo in 30 pagine - 160 anni...
situo in Tecnologia come succ...
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"C E R C H I N E L L ' A C Q U A"
L e t t u r a M u s i c a t a
Sabato 30 Settembre 2006 - ore 19.00
Forte Marghera (Mestre-VE)
TI INVITIAMO a partecipare alla Lettura-Musicata "CERCHI NELL'ACQUA" a cura di Gian Pietro BARBIERI, Francesco ZANOLLA, Teresa MION e il sottoscritto, che avrà luogo all'interno della giornata di festa "ALLA RICERCA DI LUOGHI COMUNI".
La giornata di festa "Alla ricerca di luoghi comuni" si terrà sabato prossimo, il 30 settembre, presso Forte Marghera (via Forte Marghera, Mestre-VE): è una giornata di dibattiti, seminari, incontri, banchetti, performance, musica, racconti e poesia, informazioni, cibo equo e solidale e molto altro ancora!!!...
Dalle 9.30 alle 11.30 un momento di approffondimento con Alex Zanotelli, Giulio Marcon e Rita Zanutel, su "Cooperazione, solidarietà internazionale e beni comuni", partendo dalla pubblicazione del "Libro bianco 2006 sulle politiche pubbliche di cooperazione allo sviluppo in Italia a cura della Campagna Sbilanciamoci".
Dalle 11.45 alle 13.00 una tavola rotonda su "Pratiche di scambio e riuso" promossa dalla rete ViVE e dall'Assessorato alle Politiche Giovanili e alla Pace del Comune di Venezia, per aprire un progetto partecipativo tra cittadini e pubbliche amministrazioni di scambio e riuso dei beni e degli spazi dismessi. Saranno presenti varie realtà del territorio che hanno già intrapreso esperienze di riuso in città.
13.00 Buffet Equo&Solidale per tutti!
Dalle ore 15.00 alle ore 18.00 : "Privati dei beni comuni?", un talking-circle per confrontarsi tra tutti i presenti sul tema dei beni comuni, grazie anche agli stimoli lanciati dalla proiezione di alcune video interviste, con la partecipazione di Suor Alberta, Michela Vitturi, Marco Bersani e Alex Zanotelli.
Dalle 18.00 momenti performativi con il Tea Time di Luoghi Comuni con musica ed esposizione di foto di Lucia Gennari e Mafalda Susin del gruppo Fotosensibili.
Ore 19.00 "CERCHI NELL'ACQUA", Lettura-Musicata a cura di Gian Pietro BARBIERI, Francesco ZANOLLA, Teresa MION e il sottoscritto.
Per tutta la durata della festa saranno presenti varie esperienze locali di difesa e salvaguardia dei beni comuni, con banchetti e punti informativi.
Dalle 20.00 musiche e danze di "La Ghenga fuoriposto" e a seguire concerto di "Sir Oliver Skardy meets Fahrenheit 451".
Per raggiungere Forte Marghera - in autobus:
da Venezia, linea 12;
da Piazzale Roma, prima fermata di Viale San Marco.
TI ASPETTIAMO!!!!!!
Questa giornata d'incontro pubblico è promossa da:
Provincia di Venezia, Provincia Etica e Assessorato alla Pace e Cooperazione Internazionale, Comune di Venezia, Assessorato alle Politiche Giovanili e alla Pace, Marco Polo System.
Non so voi, ma io pratico una religione disorganizzata. Appartengo a un empio disordine. Ci chiamiamo "Nostra Signora della Perpetua Meraviglia".
Le proposte di viaggio bizzarre sono lezioni di danza impartite da Dio.
Pensate che gli arabi siano fessi? Ci hanno dato i numeri. Provate a fare una divisione in colonna coi numeri romani.
La più alta forma di tradimento, negli Stati Uniti, è dire che gli americani non sono amati: a prescindere da dove sono e da che cosa stanno facendo in quel posto.
In caso non l'aveste notato, adesso gli Stati Uniti si presentano al resto del mondo come una massa di spietati guerrafondai dalla mascella quadrata superbi e ghignanti, dotati di un arsenale militare mostruosamente potente e privi di oppositori.
In caso non l'aveste notato, oggi noi americani siamo temuti e odiati in tutto il mondo proprio come lo erano un tempo i nazisti.
E a ragione.
Perciò io sono un uomo senza patria.
E' la fine di qualunque tipo di buone notizie. il sistema immunitario del nostro Pianeta sta cercando di sbarazzarsi degli esseri umani. Questo è sicuramente il modo migliore per riuscirci.
Requiem
Il pianeta Terra crocifisso,
se per caso si ritrovasse una voce
e del senso dell'ironia,
adesso potrebbe benissimo dire
per come lo stiamo martoriando:
"Padre, perdona loro,
perché non sanno quello che fanno".
L'ironia starebbe nel fatto
che noi
lo sappiamo benissimo.
Quando l'ultimo essere vivente
sarà morto a causa nostra
quanto sarebbe poetico
se la Terra potesse dire
con una voce che si alza
magari
dal fondo
del Grand Canyon:
"E' fatto". [1]
All'uomo non piaceva vivere qui.
[1. Apocalisse, 16:17 - n.d.t.]
Da "Un uomo senza patria" (2006)
*
Romanzi (alcuni):
1952 - Piano meccanico
1961 - Madre notte
1963 - Ghiaccio-nove
1965 - Perle ai porci
1969 - Mattatoio n. 5 o La crociata dei bambini
1976 - Comica finale
1991 - Destini peggiori della morte
1997 - Cronosisma
Racconti:
1968 - Benvenuti nella gabbia delle scimmie
Saggi:
1974 - Divina idiozia
Son stato a PordenoneLegge, ieri e ieri l'altro (e oggi a 1/2 giorno mi son perso Albinati, il grande Edoardo - che purtroppo vedrò in altra occasione, spero: ero troppo stanco - veh, dormendo in macchina, cacchiarola!) e, a parte la solita incetta di libri con dilapidazione di quasi un terzo di stipendio (ma ora ne ho da legger per almeno 1 anno) e la quantità ma soprattutto qualità esageratamente emicrànica di donne e ragazzine semisvestite e sculettanti per il centro storico già splendido anche di suo, ho assistito solo a 2 eventi in 2 giorni, ma n'è valsa assolutamente la pena: il prof. Krippendorff, politologo tedesco, che interrogandosi sulla natura del potere ha bussato (come dice e invita a fare lui!) alla porta di Shakespeare e n'è uscito un testo incredibile (ma deve venire un forèsto a mostrarci passione, senso e valore della letteratura e dell'impegno civile e umano nella realtà attuale, che la letteratura stessa implica?!!), e la Valduga che ha fatto un po' di vaudeville coi suoi 3 Giovanni (Prati, Pascoli, e Raboni) e che alla fine è stata capace di dire che Leopardi amava il pensiero (e ne ammira e consulta sempre il suo Zibaldone, per questo) ma non la poesia - e a sostegno di questa sua a dir poco balzana tesi ha avuto la faccia tosta di decontestualizzare/designificare e puntar il dito sugli unici 2 enjambement tra aggettivo e sostantivo ne L'infinito (interminati | spazi; sovrumani | silenzi - che vengono tra l'altro dopo quest'enjambement su cui ha sorvolato con astuta indifferenza: che da tanta parte | dell'ultimo orizzonte; e soprattutto formano un'endiadi/coppia in anastrofe/ripetizione a rafforzare lo smarrimento oltre i limiti di certezza percettiva e razionale, e quindi anche grammaticale; per non parlare di tutto il resto della poesia, enjambement vertiginosi inclusi ma soprattutto nel suo assieme, che Giacomino tra l'altro scrisse a soli 19 anni e ancora nel tardo-romanticismo del 1800: altro che il peraltro tecnicamente eccezionale suo Pascolino, 'maturo' e novecentescamente ormai fin troppo scafato!!!) confrontandoli con dei versi di Pascoli (di cui non ricordo la poesia di provenienza) ma c'era tipo un verbo che staccava al verso precedente e poi una banalissima azione come: fioriscono | le viole. Ma si può??! Poi ha aggiunto che la sua e dei poeti in generale, esseri che vedono con le orecchie e godono con la mente e attraverso la poesia e non con la carne come chiunque altro, è una grandissima e disgraziatissima maledizione e per niente un dono: e che l'unica cosa che si possa fare per loro è restargli accanto finché son in vita, volergli un po' di bene (e lo dice a me: ché 'ste cose mi spaccan la carne e l'anima peggio che la morte, e che per questo mi son innamorato d'una specie di Leopardi al femminile ma del tutto inconsapevole e sottostimàntesi: fino al punto di crepare di dolore perché mi disse che non m'amava abbastanza e poi che per lei io non esistevo più - avendola solo amata, troppo amata, forse malamente amata cioè portata vicino alla sua verità: io che altro non cerco, amore e autenticità, e che sulle condizioni dialogiche del rapporto punto tutto, al di là delle cose stesse in sé che ci si possa dire o meno - è questo che, in definitiva, fa tutt'ora un male inspiegabile e insopportabile: mentre star senza di lei è ormai qualcosa che riporta al vuoto piatto del mare dopo l'uragano, alla quiete tombale del cielo indifferente...).
La citazione non è un estratto. La citazione è una cicala.
Da "Conversazione su Dante" di Osip Mandel'štam. (Anche in "Sulla poesia".)
Si ha la sensazione che i grandi poeti, nelle loro opere, non si rivolgano più alla gente o a qualche creatura serafica. Sembra che stiano dialogando con la stessa lingua - con la sua bellezza, la sua sensualità, la sua saggezza, la sua ironia - quegli aspetti della lingua di cui il poeta è un chiaro specchio. La poesia non è una branca dell'arte, è qualcosa di più. Se ciò che ci distingue dalle altre specie è la parola, allora la poesia, che è l'operazione linguistica suprema, è la nostra meta antropologica e, di fatto, genetica. Chi considera la poesia un modo per passare il tempo, una "lettura", commette un crimine antropologico, in primo luogo contro se stesso.
Da "Intervista con Josif Brodskij".
[...] Innamorato che reinventa il senso di tutto andando a parlare con ogni bestia e uomo e Dio.
[...] Progettare un uomo sempre annunciato e sempre in stato nascente.
[...] C'è il porsi in rapporto con un altro mondo: tramite di vita, richiamo alla vita, da un oltre.
[...] Cercando di ascoltare la visione e descriverla quando si fa dentro le parole che ho.
[...] E sanno di parlare a qualcosa che oltre-viene, a un mutamento: voce del mutamento in atto.
[...] Sì, ecco il racconto e la sua materia - il riconoscimento. [...]
G. Scabia, "Il tremito - Che cos'è la poesia?".
Ultimi libri letti:
- Bhagavadgītā
- L'epopea di Gilgameš
- Intervista con Josif Brodskij
- Intervista con W. H. Auden
Per quanto mi riguarda ho il sospetto che la poesia non sia affatto scrivere; il poeta non è scrittore nel senso corrente della parola; direi anzi che arriva ad odiare lo scrivere forse perché si sente in qualche modo costretto al suo gesto [...] Si tratta di scalfire, scalpellare, graffiare la lingua o di sprofondarvi, più che di usarla [...]. Nella poesia qualcosa è al di là e al di fuori dello scrivere [...]. Forse l'autentico grado zero, o il grado infinito della scrittura, è quello che traduce nella poesia, è quello che spaventa attraverso la poesia, anche quando essa può sembrare più connessa alla gioia, alla felicità dello scrivere[...]. E tutto ciò non esclude la compresenza d'un meticoloso atteggiamento artigianale a tempo strapieno.
Da un'intervista al maestro e poeta di Pieve di Soligo (TV) Andrea Zanzotto.
Alla morte (per suicidio, nella Senna) del poeta di lingua tedesca Paul Celan, nel suo appartamentino trovarono quattro libri: l'ultimo suo, un trattato di mineralogia, le Poesie di Rilke, le Poesie di Hölderlin; e questo epitaffio: "Wahr spricht, wer Schatten trinkt." [Dice la verità, chi beve le ombre.].
"... disponiti ad attendere in questa oscurità per quanto ti è possibile, sempre invocando colui che ami: ché se mai lo vedrai o sentirai in questa vita, sempre sarà in questa nube e questa oscurità".
Anonimo - "La nube della non conoscenza: nella quale l'anima è unita a Dio."
Dove c’è molta luce, l’ombra è più nera.
Johann Wolfgang Goethe - "Goez von Berlichingen".
Realismo. Perché spietato? Salva anzi la vita! Spietato perché qualcuno non sa nuotare, o non abbastanza bene ("bene" qua ha valenza vitale: come ogni vera estetica, ovverosia etica; e il volerci bene è la sola 'cosa' che ci tiene veramente in vita)?
Allora: spietatezza sì, ma solo rivolta alla morte; anzi verso la possibilità che si dìa, per nostra 'imperizia': quindi spietatezza per l'imperizia (strano bisogni essere dei periti per non perire!) e quindi pietà, umanissima pietà. Per la creatura. Che è in una condizione d'insufficienza rispetto alla realtà. Realismo. Quindi.
Ecco che, la maggior parte delle volte, questo chiaro realismo (semplice realismo) viene a scontrarsi con l'ego della creatura verso cui nutre appunto una profondissima (vitale) pietà. Tale persona, anzi no: il suo ego (che presume di saper nuotare, e non lo sa abbastanza; come invece sa e riconosce il bagnino) sente la pietà come spietatezza! Reagisce: diventa rabbiosa e condanna sommariamente la pietà con la sentenza definitiva...
Non c'è niente che possa penetrare in questa barriera orribile. Deve schiudersi da sola. Nemmeno il più profondo amore vale. Perché, appunto, sortisce quest'effetto respingente-distante. Il massimo di vicinanza (comunione: vitale) con una persona, si rovescia nella sua massima lontananza e violenza. Amen: è la sola parola, anzi il solo gesto possibile. Tutto sarà compiuto.
[Da una conversazione in rete - ancora in corso...]
"Il male c'è perché lo combattiamo." - Brodskij (naturalmente, va contestualizzato: cfr. tutte le sue poesie, prose, e altro!).
"Se c'è Dio, donde il male?" - Boezio (da: "La consolazione della filosofia" - è in epoca di formazione del Cristianesimo).
"Mai [...] un'anima contemplerà la bellezza senza essere divenuta bella." - Plotino ("Enneadi, I:6" - neoplatonismo).
"Il dolore ha senso, non ha significato. Il dolore è sfruttato ai fini del dominio. L'operazione consiste nel dargli un significato, far nascere la compassione, la rassegnazione." - C. Lombardi 'Orsenigo' ("Breviario postmoderno - Dio è morto; gli altri, per il momento, stanno bene.").
Si potrebbe anche continuare all'infinito. Mi fermo, così basta.
Parentesi: verifichiamo la tua teoria del rumore (da scartare) e del segnale (da seguire) in un caso concreto, tipo nel frastuono di un cantiere o a Bagdad in mezzo alle bombe, o basta anche il tentato dialogo in una discoteca (posso continuare ma mi fermo, ancora, e aggiungo che tutto ciò vale anche in metafora per svariate altre situazioni attuali): anche se è possibile 'isolarsi' si è comunque in quella realtà e allora non è una mera questione mentale ma d'azione, pratica; perché un segnale ha bisogno di decodifica e di situazione in cui si possa appunto dare tale codifica: il modo in cui viviamo oggi non lo permette e se lo permettesse non si porrebbe il problema, essendo già facoltà di ciascuno realizzare la vita.
Torniamo al dolore: io non so fino a che livello sia la vostra esperienza di dolore, ma ce ne sono che lo sbarazzarsene è una legittima e aggiungo giusta e naturale/vitale |necessità|.
"Vita integrata. Sfide della vita". Io non so chi traduca Osho, ma a me queste parole fan solo perdere tempo rimandando a contesti (causa di male) da cui pur pretenderebbero d'uscire.
Capisco cosa intende, ma ci sono situazioni limite che forse non c'è altro che Giobbe o ancor più Cristo a poter 'spiegare' e render tollerabili (sempre che non vi si soccomba prima...).
"Fattela amica". Sii il tuo dolore. Certo. Al punto da morire. In altro modo non c'è rinascita. Si può morire in ispirito. Ma no. Soprattutto, tutto quanto è in tuo potere è quella impotenza.
Osho va sul leggero. Tristezza etc. Sennò vorrei vederlo a star lì a far ragionamenti. Giusti. Logici. Effettivi. Ma inutili. Quando c'è il male non c'è altro. Nessuno per ragionarci su. Non ci sei. C'è solo il male. Sei un buco nero di male assoluto.
Torno all'azione pratica, che significa: cambia le condizioni della vita per poter vivere. Hai detto niente. C'è chi non ce la fa. E mica perché è fiacco. Anzi. Proprio perché ama. Per es. ieri un ragazzino, cinese, intristito da solitudine e asfalto e coi genitori a lavorare in ristorante, è stato aprostrofato da un anziano nei termini matematici e razionalizzanti (il problema!) che usa anche Osho, naturalmente non arrivando al cuore e perdendo anzi la comunicazione e quindi la possibile azione (il bambino ha soltanto scrollato la testa e ripreso a ciondolare).
Che la risata sia superficiale è la più grande minchiata mai sentita. La risata salva la vita. La risata è peculiarità umana. Tristi sono anche gli animali. Ma non sanno ridere. Dio crea il mondo nella gioia. Non nella tristezza. Così agisce l'amore. E' vero che la gioia apparirà più faceta, ma è seria come e più della tristezza. E quel che impari con essa è certo più in alto. Anche se concordo sul non condannare niente. E nessuno.
"Ne hai pagato il prezzo". Leopardi: "Piacer figlio d'affanno", "Godere è uscir di pena". Per favore contestualizziamo. Se è questo, e lo è (pessimismo cosmico), non aggraviamolo con il male tra noi (pessimismo storico). Entrate nella "Ginestra"...
E' ovvio che tutto ciò che non uccide rafforza. E' però meno ovvio che per es. un albero fracassato da una ruspa debba tornare in piedi con le sue forze e continuare a fiorire storto e malandato. Perché aggiungere dolore a dolore. E' il Vangelo.
Integrarsi nella disintegrazione mi pare proprio un'ottima idea per finire con l'avallare tutto ciò che invece di andare al bene si ficca nel male. E non è una questione intellettuale. Chiaro che come son spariti i dinosauri anche l'uomo probabilmente finirà e la vita universale continuerà a esserci comunque. Ma dato che ci siamo e che possiamo decidere di vivere bene o di fracassarci, vediamo appunto di seguire questi segnali positivi.
"Un perdente". Altro passo falso di Osho. "Gli ultimi saranno i primi": non contesta il primato, ma la stesso assurdo male del competere!
Va bene. Dovevo metter in chiaro alcune cose. Tutto questo non vale con una precisa persona. Chi ha orecchie ha inteso.
*
Perché non è UN testo (nessun testo) che da sé (in sé e per sé) basta a dire. Cristo, è Verbo: incarnato. La vita (TUTTA la vita, e la vita di tutti) è il contesto da cui solo ha senso un singolo testo, anzi ogni minima parola.
*
Condivido e sottoscrivo la prima 'strofa' della tua risposta, tranne l'ammirazione per Osho che, letto ripeto così in traduzione, è qualcosa che porta fuori rotta (porta male, porta il male): non me ne importa niente degli intellettualismi descrittivi da cui si può restar affascinati ma solo 'a dolore finito': se c'è qualcuno che sta infinitamente male non hai parole ma gesti, mani, carezze, corpo e calore umano diretto e immediato (il ReiKi ci prende, in parte, su questo livello - contestualizzare).
Credo che la contrapposizione, a proposito di parlare per farsi capire, sia tra cervello e cuore (metafore): i vangeli passano dritti al cuore; Osho (e quasi tutta la psichiatridiozia d'oggi) attraverso il cervello. Descrive il male a chi sta bene. Inutile.
La contrapposizione è nei fatti (parole, qui), come due vanno in direzioni opposte. Il 'posto' in cui si va non sarà lo stesso. Infatti la cosa che conta non è la parola (concordo sul tutto e il suo contrario) ma la vita, l'essere/creatura umana. Totale.
Testimoniare, ecco. Non c'è un dire della pena. Osho è fuori. Cristo è dentro. E non con le parole. Cristo è metafora. Che ci sia stato o meno (ce n'è una caterva in giro per il mondo...), nella storia. C'è nell'animo umano. Cristo fa, vive: è la parola. Tutto il resto sono, appunto, tautologie autocontraddittorie. Questa stessa roba che scrivo non è. Non è altro che un dire. Siamo tutti irakeni e cinesi e quant'altro. Loro sono in noi. Noi li vogliamo tenere a distanza. Fisicamente? No, dentro di noi.
Il segnale. Il contesto. La decodifica. O si dà o non si dà. C'è chi per 'eccesso' di ricettività (sensibilità; consapevolezza) va in crisi. Non perché sia sbagliato ciò che sente, ma perché è vietato (impedito) sentire e vivere così. Ci sono gabbie per ogni leone.
Ci sono catene per ridurre qualsiasi lupo al volere del dominatore/distruttore della terra. L'uomo. Non c'è ancora un telecomando per spegnere il sole. Né la luna obbedisce ad altro che ai cicli cosmici. La bellezza è l'unico -vero- orizzonte vitale.
"[...] secondo me il televisore funziona anche quando è spento. [...] Noi, privilegiati fino al limite dello sconcio, non educhiamo i nostri ragazzi a fare quello che più desiderano, ma ad arraffare quello che capita. Mentre fuori dalla scuola essi sono bombardati da un indistinto culto del successo (un successo qualsiasi, purché tale), a scuola non imparano l'unica cosa che essa potrebbe veramente insegnare, e cioè che studiare non deve servire a raggiungere una posizione (cioè un piccolo surrogato del successo), ma a rendersi capaci di fare ciò che si desidera. [...] Peggio ancora, educhiamo i nostri figli a collaborare a questa casualità, appiattendo ogni loro accenno di desiderio individuale in un vago imperativo di inserimento sociale, così che non a caso, e non di loro personale iniziativa, si iscriveranno in ventimila alla volta a qualunque concorso per qualunque posto. [...] E' banale perché in fondo si tratta solo di buonsenso, ma non se ne vede traccia nelle nostre istituzioni scolastiche. E se non ce n'è traccia lì, significa che non è nemmeno un obiettivo ideale, non è un modello, e che la formazioni e la realizzazione di desideri autentici in un ragazzo non è nemmeno presa in considerazione, nella nostra scuola. Invece dovrebbe essere l'unica vera e coerente preoccupazione di una società evoluta; ed evoluta a che prezzo: l'eliminazione della sofferenz di massa. [...] Di arrivare a far lavorare sui treni quelli che i treni li hanno sempre amati non ne parla nessuno. [...] Per conto mio la risposta non è così scontata, e il problema sta tutto lì, nel dubbio che anche sulla Luna [lavorando come astronauta] ci si possa anda per caso, o controvoglia. [...]".
S. Veronesi in "Nel caldo cuore del mondo: lettere sull'Italia - dialoghi con Geno Pampaloni, Sandro Veronesi, Andrea Zanzotto.", autore Alfonso Berardinelli, edizioni Liberal Libri, Firenze 1999; 7,23 E.
"God is a concept by witch we measure our pain." - John Lennon
Oggi a Venezia (Biennale d’Arte Cinematografica) il regista italiano Gianni Amelio ha detto (in un’intervista) una cosa credo bella: “Sono pansessuale”.
"Viagiar descanta, ma chi parte mona torna mona." - Anonimo.
In "Corto Sconto: itinerari fantastici e nascosti di Corto Maltese a Venezia" di Fuga e Vianello.
XVIII
[...]
45. L'uomo che adempie contento alle opere a lui proprie ottiene la perfezione. Ascolta adesso come un uomo trova la perfezione, adempiendo contento alle opere sue.
46. Un uomo trova invero la perfezione, onorando colla sua opera colui da cui provengono tutti gli esseri, da cui l'universo intero è pervaso.
47. Meglio il nostro proprio dovere, benché imperfetto, che il dovere altrui ben adempiuto. Colui che compie le opere prescrittegli dalla sua propria natura, non incorre in peccati.
48. L'uomo, o Arjuna, non deve abbandonare l'opera che egli è nato a fare, neanche se essa è difettosa. Ogni intrapresa è avvolta invero da difetti, come il fuoco dal fumo.
[...]
Dalla "Bhagavadgītā" (VII a.C.)
[...] Del resto, per uno scrittore non essere pubblicato nella propria lingua madre equivale a una brutta fine.
[...]
D’altra parte, le cose positive scaturiscono da una sorta di intervento divino. E non c’è ragione di preoccuparsi dell’intervento divino perché, tanto, o c’è o non c’è. Sono cose che sfuggono al controllo. Ciò che è sotto controllo è la possibilità del male.
[...]
Quello che fa male al punto da indurti alla poesia o alla letteratura è la lingua, il tuo senso della lingua. Non la filosofia personale, le idee politiche, e neanche l’impulso creativo o la giovinezza.
[...]
Ad ogni modo, in poche parole, il mio interesse principale è la natura del tempo. Ecco quello che mi interessa di più. Cosa il tempo può fare a un uomo.
[...]
E accetti che alcune pagine siano brutte, perché forse, quando è stato scritto l’originale, questo faceva parte di una certa strategia. I punti deboli svolgono una funzione nella poesia... sono una strategia per preparare il lettore all’impatto con questo o quel verso. [...] È più o meno come quando ho detto di no a Wystan Auden che si era offerto di tradurre alcune poesie. Ho pensato: “Chi diavolo sono per essere tradotto da Wystan?”.
[...]
Alla fine della sua vita, ripetendo le parole di Pushkin «Se Dio dovesse inviarmi lettori…», diceva che ognuno dovrebbe essere apprendista di una tale umiltà d’autore.
[...]
Quando scrivi poesie... devi sempre aspettarti che ci sia qualche mente sarcastica che ride delle tue gioie e dei tuoi dolori. L’idea è quindi quella di sconfiggere questa mente sarcastica. Di non darle degli appigli. E l’unico modo è ridere di se stessi. È quello che ho fatto per un certo periodo.
[...]
Pushkin, parlando dei terribili avvenimenti della sua vita e della vita in Russia, scrisse: «Noi dovremmo guardare la tragedia con gli occhi di Shakespeare». Brodskij estese a dismisura quel punto di vista già distanziato: «Dal punto di vista del tempo».
[...]
Prima di tutto l’aspirazione del poeta è quella di dare rilievo alla propria affermazione. La rima è, soprattutto, uno straordinario espediente mnemonico, fornisce un’aria d’inevitabilità all’enunciazione. La cosa più interessante è che la rima svela semplicemente i rapporti di dipendenza all’interno di una lingua. Mette insieme cose fino ad allora scollegate.
[...]
Avrebbe potuto essere una descrizione della propria opera quando disse di Pushkin: «egli è, in qualche modo, una sorta di lente in cui il passato entra, e da cui il futuro scaturisce».
[...]
In generale, si dovrebbe tenere la mano sinistra sopra Omero, la Bibbia, Dante, e le Loeb Series, prima di afferrare la penna con la destra.
[...]
In Fondamenta degli Incurabili, Brodskij vede l'America come una sorta di Purgatorio e l'Italia come una versione del Paradiso. Possiamo soltanto immaginare quale paese sia più appropriatamente visto come Inferno.
[...]
«Naturalmente, sarebbe di gran lunga più piacevole scrivere un'altra Divina Commedia, […] ma non è in mio potere. Però in qualche modo [...] sono sicuro che ciò che sto facendo sia, in ultima analisi, per la gloria di Dio. Non penso che Egli ne terrebbe gran conto (per quanto io me lo possa raffigurare) ma non credo che sia a Lui contrario. Non importa quali drastiche dichiarazioni io possa fare qua e là, ma perfino queste dovrebbero essere di Suo gradimento in un modo o nell'altro». Queste parole quasi ripetono ciò che Brunetto Latini disse a Dante: «Se segui tua stella, / non puoi fallire a glorioso porto» - Inferno, XV, 55-56). «È piuttosto semplice, questo è come tu ti immagini l'Essere Supremo o l'Entità Suprema, secondo la tua dottrina o la tua abilità. […] Io credo che ciò che facciamo in poesia sia semplicemente cercare di spiegare la Bibbia. Questo è tutto ciò di cui si tratta. In ultima analisi, ecco, è così.».
[...]
«La poesia di Dante è l'unica scuola universale di stile per scrivere in poesia in ogni lingua», scriveva T.S. Eliot «[…] non c'è poeta, in nessuna lingua - neppure in latino o in greco - che si ponga come modello per tutti i poeti.».
(Da varie interviste)
[Da un sito dove ho infine trovato qualcosa dell'autore di cui al titolo del post:]
<< Fu veramente molti anni fa che mi colpì questo pensiero di Ludwig Wittgenstein:
"Longfellow:
«Ai tempi antichi dell'arte
i costruttori cesellavano con la massima cura
ogni particolare minuto e invisibile
perché gli dèi sono dappertutto»
(Mi potrebbe servire come motto)."
Si trova in Pensieri Diversi, ed. Adelphi, a pagina 70; il curatore, Michele Ranchetti, osserva che nell'originale l'ultimo verso suona "For the gods see everywhere".
Iniziò allora una delle mie microscopiche collezioni che nel tempo si è arricchita di pochi ma fondamentali brani sul lavoro benfatto, sui compiti e sulle difficoltà dei costruttori ed anche sul loro legittimo vanto. Da qualche anno però la raccolta era ferma perché mancava un pezzo importante: la traduzione dell'intero testo di Longfellow, il punto di partenza, mai comparsa nella nostra lingua. Ora, grazie all'amico Claudio D'Ettorre che halavorato con la precisione di un certosino, posso finalmente dichiararla terminata e presentarvela.
Henry Wadesworth Longfellow:
I Costruttori
Tutti siamo architetti del Fato,
Lavorando su queste mura del Tempo;
Alcuni con gravosi atti e grandi,
Alcuni con gli ornamenti della rima.
Niente è inutile, o infimo;
Ogni cosa nel suo luogo è la migliore;
E quello che sembra ozioso
Rafforza e sorregge il resto.
Perché la struttura che noi eleviamo,
Il Tempo di materia è colmata;
I nostri oggi e i nostri ieri
Sono i blocchi coi quali noi costruiamo.
Veramente forma e stile;
Non lasciare di mezzo che sbadiglino delle fessure;
Non pensare, poiché nessuno le vede,
Che tali cose rimarranno invisibili.
Nei più lontani giorni dell'Arte,
I costruttori batterono con la più grande cura
Ogni parte minuta e non vista;
Perché gli Dei osservano ovunque.
Ci lascino fare bene il nostro lavoro,
Entrambi, l'invisibile ed il visibile;
Fare la casa, dove gli Dei possano indulgere,
Bella, intera, e pulita.
Tuttora le nostre vite sono incomplete,
Stando in piedi su queste mura di Tempo,
Scalinate rotte, dove i piedi
Inciampano cercando di salire.
Costruisci l'oggi, dunque, forte e sicuro,
Con una solida ed ampia base;
E salendo e sicuro
Il domani troverà il suo posto.
Così soltanto raggiungeremo
Quelle torri, da cui l'occhio
Osserva il mondo come un'enorme pianura,
Ed un illimitato distendersi di cielo.>>
§
Naturalmente, non potevo esser soddisfatto di una traduzione come questa, e ho dovuto metterci le mie manacce poco, anzi praticamente per niente, esperte d'inglese; difatti non c'è manco un testo originale di partenza (in rete non si trova niente di quest'autore, se non la versione che fece della Commedia di Dante, che tra l'altro mi garba anche perché ne rispetta il metro il quale è essenziale al senso del poema sacro; anzi prego chi sia a conoscenza del testo inglese originale - nonché di notizie e altri testi di quest'autore - di farmi la cortesia di contattarmi direttamente in mail, o anche di inserire un commento a questo post, sempre che non risulti talmente corposo da esser meglio appunto ricorrere a un contatto diretto via mail: in caso poi ci penserò io a inserire una scrematura) - ecco dunque quanto partorito dalla mia libertà/necessità di comprensione non solo contenutistica (perché quanto al significato letterale non ho nulla da eccepire circa la traduzione fornita dal signor D'Ettorre, che anzi ringrazio e prego di non sentirsi né attaccato né tantomeno sminuito dalla mia, di cui rivendico per l'appunto il carattere in primo luogo strettamente personale!):
I costruttori
Siamo tutti architetti del destino,
nel lavorare alle mura del tempo;
alcuni con azioni grandi e nobili,
ed altri col decoro delle rime.
Non c'è nulla di inutile, o di infimo;
al suo posto ogni cosa è la migliore;
e ciò che può sembrare frutto d'ozio
rafforza e tiene insieme tutto il resto.
In quanto la struttura che eleviamo,
il tempo, è colmo di viva materia;
e i nostri oggi con i nostri ieri
sono i mattoni atti a costruire.
Persegui sempre forma e stile veri;
non lasciare fessure a sbadigliare;
non pensare, perché sono nascoste,
che queste cose restino invisibili.
Già nelle più remote età dell'arte,
i costruttori misero ogni cura
nella più esigua e invisibile parte;
perché gli dèi hanno occhi in ogni dove.
Ci lascino far bene queste cose,
il visibile quanto l'invisibile;
la casa in cui dimorino gli dèi
essendo bella, compatta, e pulita.
Tuttora abbiamo vite non complete,
tra le mura di questi nostri tempi,
sconnesse scalinate, dove i piedi
inciampano cercando di salire.
E dunque, forte e sicuro fai l'oggi,
con un solido ed ampio fondamento;
ed ascendendo poi, sicuramente,
anche il domani troverà il suo posto.
Così soltanto potremo raggiungere
le sommità, da cui lo sguardo spazia
sul mondo, quale una pianura vasta
e un'estensione illimite di cielo.
[Leggermente ritoccata, in base alla visione del testo originale inglese.]
Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani.
Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano.
L'indifferenza è abulia, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L'indifferenza è il peso morto della storia.
L'indifferenza opera potentemente nella storia.
Opera passivamente, ma opera.
È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l'intelligenza.
Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.
Tra l'assenteismo e l'indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva; e la massa ignora, perché non se ne preoccupa: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.
Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch'io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti.
Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto.
E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte
già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo.
E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini.
Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.
Antonio Gramsci - un comunista (1917)
Gilgameš si lavò le lunghe chiome e pulì le armi; i suoi capelli fece ricadere all'indietro sulle spalle; gettò via gli abiti sporchi, li cambiò con nuovi. Indossò le vesti regali e le cinse strette.
Quando Gilgameš ebbe indossato la corona, Ištar gloriosa levò gli occhi e vide la bellezza di Gilgameš. Disse: Vieni a me, Gilgameš, sii il mio sposo. Concedimi il seme del tuo corpo, fa' che io sia la tua sposa e tu sarai mio marito. Per te appresterò un cocchio di lapislazzuli e d'oro, con ruote d'oro e corna di rame; e come muli da tiro avrai demoni possenti della tempesta. Quando, nel profumo del legno di cedro, entrerai nella nostra casa, soglia e trono ti baceranno i piedi. Re, sovrani e principi si inchineranno davanti a te; ti recheranno tributi dalla montagna e dalla pianura. Le tue pecore partoriranno due gemelli e le tue capre tre; il tuo asino da soma correrà più veloce dei muli, senza rivali saranno i tuoi buoi, i tuoi cavalli da cocchio saranno famosi in lungo e in largo per la loro celerità.
Gilgameš aprì la bocca e a Ištar gloriosa rispose: Se ti prendo in sposa, quali doni potrei darti in cambio? Quali unguenti e vesti per il tuo corpo? Volentieri ti darei pane e ogni genere di cibo adatto a un dio. Ti darei vino da bere consono a una regina. Orzo verserei per stipare il tuo granaio; ma quanto a fare di te mia moglie - questo no.
Che ne sarebbe di me? I tuoi amanti ti hanno trovata come un braciere che va spegnedosi al freddo, una porta che non respinge né folata di vento né tempesta, un castello che travolge la guarnigione, la pece che annerisce chi la porta, una fiasca che irrita la pelle di chi l'ha indosso, una pietra che cade da un parapetto, un ariete da assedio che ritorce i suoi colpi, un sandalo che fa incespicare chi lo calza.
Quale dei tuoi amanti hai mai amato per sempre? Quale dei tuoi pastori ti ha soddisfatta in eterno?
Ascoltami, narrerò la storia dei tuoi manti. Vi fu Tammūz, l'amante della tua giovinezza: per lui decretasti lamentazioni anno dopo anni. Amasti il colombo dalle piume multicolori; eppure lo colpisti rompendogli l'ala; ora siede nel folto e piange: Kappi, kappi, la mia ala, la mia ala! Amasti il leone, tremendo per la sua forza: sette fosse e poi sette scavasti per lui. Lo stallone amasti, splendido in battaglia: per lui decretasti frusta, sperone e correggia, e che galoppasse a forza per sette leghe, che infangasse l'acqua che beveva; e per sua madre Silili decretasti lamentazioni. Amasti il pastore del gregge; di giorno in giorno per te preparava focacce, per te uccideva capretti. Tu lo colpisti e lo trasformasti in lupo; ora, i suoi stessi garzoni lo scacciano, i suoi cani gli dilaniano i fianchi. E non amasti forse Išullānu, giardiniere del palmeto di tuo padre? Senza sosta colmava il tuo desco. Poi volgesti gli occhi su di lui dicendo: Išullānu, carissimo, vieni a me, godiamo della tua virilità, vieni avanti e prendimi, sono tua! Išullānu rispose: Che vuoi tu da me? Mia madre mi ha infornato e io ho mangiato. Perché dovrei venire a una come te per un cibo guasto e marcio? E' mai bastata una stuoia di canne a proteggere dal gelo?
Ma quando udisti la sua risposta lo colpisti, e fu trasformato in cieca talpa nel profondo della terra, un essere il cui desiderio è sempre al di là della sua portata.
E se tu e io diventassimo amanti, forse che non sarei trattato allo stesso modo di tutti questi altri da te amati una volta?
Da "L'epopea di Gilgameš" - cap. III. Ištar, Gilgameš e la morte di Enkidu (III mill. a.C.).