m u s i c a

Pre-testo

Scrivo perché
per la telepatia
è ancora presto.

Eccomi

Utente: situo
Nome: ness 1

NARRAMI, O MUSA,
L'UOMO DI SAPIENZE

CHE TANTO ERRO'
POI CHE ABBATTE' I BASTIONI

SACRI DI TROIA,
CHE DI MOLTE GENTI

VIDE E CONOBBE
LE CITTA' E LA MENTE,

E CHE TANTI DOLORI
DENTRO IL CUORE

SUL MARE SOPPORTO',
NEL CONQUISTARE

PER SE' E COMPAGNI
LA VITA E IL RITORNO.


OMERO - "ODISSEA"
(mia versione)



Narrami, o Musa, l'uomo di sapienze
che tanto errò poi che abbatté i bastioni
sacri di Troia, che di molte genti
vide e conobbe le città e la mente,
e che tanti dolori dentro il cuore
sul mare sopportò, nel conquistare
per sé e compagni la vita e il ritorno.

OMERO - "ODISSEA"
(mia versione)

 Il mio profilo Contattamisituo
 Il mio profilo Contattamidzikr

Feeds

  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

domenica, 27 agosto 2006
Ecco, questo.

Il genere di radiosità che ti avvolge di colpo quando ti guardo vestirti o raderti o leggere e tu di colpo sei più dell'io quotidiano con cui dobbiamo vivere e che dobbiamo amare, quel fugace dio celeste che splende col capriccioso tempismo degli angeli.

 

S. Plath (da una lettera del 15 gennaio 1956)

Postato da: situo a 12:58 | link | commenti (7) |

sabato, 26 agosto 2006
Modernità

I carri infurieranno nelle strade, si urteranno l'un l'altro nelle ampie vie: saranno simili a torce, come fulmini correranno [...] Ninive è distrutta: chi la piangerà?

 

NahÅ«m (profeta biblico) - da "L'epopea di Gilgameš" (cura di N.K. Sandars)

Postato da: situo a 21:59 | link | commenti (5) |

Il Brodskij di Brodskij

Vi dirò una cosa. Io non so come era prima, ma adesso, negli ultimi dieci o quindici anni, diciamo dieci, del tutto consapevolmente, cerco di liberare i versi da effetti esteriori. Cioè, cerco di non alzare la voce, ma, al contrario, di diminuire la voce. Per di più, cerco, effettivamente, di essere monotono. E questo non è legato alla monotonia della vita; questo prima di tutto è legato - se io posso ragionare sensatamente su ciò di cui mi occupo - al tema principale - se io ho un tema - il tema del tempo. Poiché il tempo, in sostanza è monotono: tic-tac, tic-tac, tic-tac.... Non ricordo quando fu, quindici anni fa, ho letto i versi di un greco, secondo me, era Leonida da Taranto. Di lui ricordo due o tre versi. Questa è una parafrasi libera: Nel corso della tua vita cerca di assomigliare al tempo, cioè non alzare la voce, cerca di essere monotono, ma se non ti riesce, - aggiunge Leonida - non ti disperare, perché quando morirai diventerai simile al tempo.”.


Secondo me, è tutto scritto in quei versi. Non ho decisamente niente da aggiungere a proposito di Elegie Romane. Andai a Roma e non era la prima volta, mi pare la quarta o la quinta volta. Semplicemente, scrissi i versi su ciò che pensavo, che sentivo e, in quel momento, volevo mettere sulla carta. E questo per la parte che riguarda Roma. Ma come sempre quando si scrive su qualcosa, si aggiunge qualcosa della vita precedente o, se ci si riesce, dalla vita futura.


L'unica città che assomigli a Roma, che ha una certa somiglianza con Roma, è New York. E' lo stesso principio imperiale, cioè lo slancio verso la grandiosità. Ma non é simile alle città russe. In via di principio, forse, è un pochino simile a Mosca per tale slancio, ma ciò non viene in mente. Penso che, da parte dei miei compatrioti, chiamare Mosca terza Roma sia un grande volo della fantasia. E' completamente un altro principio, un'altra città.

 

Non so quale significato ha per me. Cercherò di spiegarlo. Tutto questo materiale è parte della civiltà alla quale appartiene la Russia. La Russia, la cultura russa, è parte della civiltà cristiana. E non c'è niente di sorprendente che un autore russo, un autore di lingua russa, usi questo materiale. Cioè, in esso non c'è niente di sorprendente e non sono il solo a trattarne. Ogni russo, più o meno colto, ce l'ha nel suo vocabolario e nella sua coscienza. Questo in primo luogo. In secondo luogo nei versi, abbastanza spesso, ogni poeta, credo, più o meno, tenta di paragonarsi con il passato, con il passato della letteratura, con il passato della cultura, con il passato della poesia. Ed ogni poeta, prima o poi, indossa su di sé, ovvero prova su di sé, la maschera dell'antichità, o cerca nell'antichità qualche precedente o archetipo. Gli archetipi non sono poi molti. La storia degli ultimi duemila anni è povera, in un certo senso, e ci ha fornito quattro, cinque o sei archetipi di comportamento. Cioè, l'uomo può essere coraggioso, buono, canaglia.... Non ci sono poi tante varianti. Per di più, specialmente i poeti, ho notato - non solo io - tentano sempre di trovare per loro un prototipo proprio nella poesia dell'antichità. Cioè, per esempio, esistono quattro tipi, quattro autori di solito, con i quali il poeta si associa o tenta di associarsi. Virgilio, oppure Orazio, oppure Ovidio, oppure Catullo o Properzio - è pressappoco lo stesso, sebbene Properzio sia un poeta molto migliore -. Penso che, per ciò che mi riguarda, è come se mi adulassi, se mi ingannassi: ahimè, sono un poeta assai meno interessante di Ovidio, ma se io scegliessi uno di questi quattro per me, sceglierei Ovidio. E' lui che  m'interessa, è più interessante di tutti gli altri. Cioè, non perché sia più interessante. E' quel poeta con il quale io sento, fino ad un certo punto, un'affinità. Non per i fatti della biografia, come ben si addirebbe: lui è in esilio, io sono in esilio. Questa, per l'appunto, è un'assurdità, una stupidaggine, non ha assolutamente importanza. Semplicemente, per me, Ovidio è interessante per la sua immaginazione, il suo verso paradossale: quando nella riga successiva, quello che c'è nella prima riga, si rivolta al di fuori, cioè si rovescia. Qui non occorre che vi faccia una piccola mini-lezione su Ovidio. Penso che voi ne sappiate più di me. Ma in via di principio, Ovidio è un poeta al più alto grado dialettico. Egli ha fatto la stessa scuola di... Bene, non parlerò di Ovidio. E' il più ricco poeta nel senso dell'immaginazione, nel senso della metafora e nel senso del simile. E quindi io sento una certa affinità con Ovidio, mi pare, perché anch'io sono molto inventivo.


Oh, la poesia! I versi possono essere versi, ma possono non essere poesia. La poesia è un tale miscuglio di rivelazione, di penetrazione, in generale, è la comprensione delle cose… I versi sono, semplicemente, il mezzo della poesia, ciò che si chiama mezzo di trasporto. Sono come un treno, i treni, i vagoni ecc... E dove essi ti porteranno, lì sarà la poesia. Ma possono anche non portarci.

 

Non mi definisco un poeta metafisico. Riguardo alla metafisica, chieda a qualcuno in chiesa, non a me. Riguardo a Donne, provo a rispondere brevemente. Il fatto è che, quando avevo ventitré anni, se non sbaglio, lessi qualche verso di Donne. Essi mi fecero una forte impressione. Mi fecero impressione non solo per la loro profondità e per il sistema metaforico assolutamente straordinario e il sistema metafisico. Mi fecero impressione prima di tutto per la struttura della strofa. Il fatto è che, la poesia russa, nel senso della struttura della strofa, è abbastanza monotona. Di solito, c'è la quartina, l'ottava rima, che cosa ancora?..., il sestetto ecc... Ma non più di questo. Le strofe, più o meno, sono terribilmente banali: o couplet o distico. In Donne la strofa è estremamente complicata, estremamente interessante, cioè l'architettura delle strofe è  estremamente interessante. In essa è combinato il multiforme sistema della rima. E questo mi ha un po’ eccitato. E ho pensato: non è possibile fare questo in russo? Oppure fare qualcosa di simile in russo, cioè, almeno tentare di mostrare alla poesia russa che cosa si può fare nei versi, quali unità strofiche si possono utilizzare. Questo, naturalmente, non me l'ero posto come obiettivo cosciente, sebbene scrivessi i versi due o tre o quattro volte, appositamente perché ciò fosse, fino ad un certo punto, formalmente simile a Donne. Paragonarmi a Donne è impossibile, penso, perché sono, per di più, un poeta più povero di Donne. Cioè, sono meno intelligente, meno profondo e meno colto. E quindi il paragone non è molto fondato. Ma il scrissi una volta una lunga poesia: Grande Elegia a John Donne, e tutti si sono lanciati lì, in quella direzione. Perché là, effettivamente, ritengo che, per un osservatore imparziale i versi che io ho scritto - e che scrivo - non siano molto simili a quello a cui siamo abituati nella poesia russa. Ma questo non significa che sono simile a Donne. Molto spesso si dice questo, lo sento, leggere praticamente è impossibile. Molto spesso i critici, i ricercatori, i giornalisti, dicono che nella mia poesia c'è una forte influenza inglese. E' un pensiero semplice, perché, dal momento che vivo in un paese anglofono da vent'anni, l'influenza esiste. Tuttavia non so in cosa consista. Credo che chiedermi questo sia assurdo, perché per me rispondere a questa domanda, è come per il gatto acchiappare la propria coda. Si può acchiappare, ma questa è sempre lo stesso gatto.

 

Lo schema metrico sorge da sé mentre componi. Sorge qualcosa che viene in mente e allora sorge lo schema. Ma all'inizio tale schema non c'è. Inizialmente non ci si pone nessuno scopo. Cioè tu sai cosa vuoi dire e, più o meno, immagini la massa dei versi, cioè, tu immagini di quanti versi sarà la riga, immagini la sua massa. Ma, molto spesso, è nel corso della composizione che il verso inizia ad assumere la propria massa. E la cosa più interessante che avviene in realtà nella poesia, è che essa inizia a svilupparsi in un modo centrifugo. Assume uno sviluppo più ampio di quello supposto. Questa massa si propaga, talvolta richiede un aumento. Questo succede anche perché si usano le strofe. E le strofe hanno questa tendenza ad accumulare il suono. E in conseguenza di questa accumulazione, molto spesso, vai avanti. Aggiungi strofe puramente per logica musicale, hai già esaurito il tema, sembrerebbe, ma aggiungi ancora due o tre strofe. Ma ecco un semplice esempio: c'è una meravigliosa poesia di Pasternak, "Maddalena". E questa poesia su che cosa è? La poesia è sulla Crocifissione e l'Ascensione. Ma, da qualche parte, nella sesta strofa, tutto cambia. Egli è già crocifisso ecc... E nel senso della dottrina religiosa, del  soggetto religioso, non c'è più niente, non è più detto niente. Ma puramente la necessità musicale della poesia, obbliga Pasternak ad andare avanti ed egli esce dai limiti del dogma:

                        La gente prima delle Feste fa le pulizie
                        In disparte da questo trambusto
                        Io lavo con l'olio santo del secchiello
                        I piedi purissimi tuoi.
                        I tuoi piedi ho appoggiato sul lembo dei vestito
                        Li ho bagnati di lacrime, Gesù,
                        Un filo di collana ho avvolto intorno a loro,
                        Nei capelli ho nascosto, come in burnus
                        Il futuro vedo così nitidamente,
                        Come se tu l'avessi fermato.
                        Io adesso sono capace di predire.
          Con saggia chiaroveggenza di sibilla.
          Domani cadrà la tenda nel tempio,
          Noi ci raduneremo in circolo in disparte,
          E la terra vacillerà sotto i piedi,
          Forse, per pietà verso di me.
          Si allineeranno le file della scorta,
          E comincerà la partenza dei cavalieri
          Come il turbine nella bufera, sopra la testa
          Questa croce bramerà il cielo.

Basta. Il soggetto è esaurito: “questa croce bramerà il cielo”. Ha bisogno di elevarsi e dice:

                        Mi getterò sulla terra ai piedi del crocifisso
                        Mi sentirò gelare il cuore e mi morderò le labbra.
                        Di troppo le braccia per un amplesso
                        Tu allargherai alle estremità della croce.


Queste sono parole sorprendenti. E' una eresia. Infatti:

                        Per chi al mondo tanta spaziosità,
                        Tanto tormento e tale potenza?
                        Ci sono tante anime e vite nel mondo?
                        Tanti villaggi, fiumi e boschi?
                        Ma passeranno tre giorni tali
                        E faranno cadere in tale vuoto
                        Che in questo terribile intervallo
                        Io raggiungerò la resurrezione.


Cioè, il soggetto si esaurisce, ma la necessità vocale lo obbliga a salire ancora più lontano. Ed egli esce dai limiti della dottrina religiosa. Oltre a ciò bisogna ancora tener presente che questo parla di una donna, cioè Maddalena, di cui è noto che sia una puttana. Questa è una poesia sconvolgente:

                        Di troppo le braccia per un amplesso

                        Tu allargherai alle estremità della croce.


Cioè, qui la logica è fenomenale. Ma questo, proprio perchè la necessità vocale lo obbliga a salire oltre.


Tornare su ciò che hai scritto, specialmente dopo un mese, dopo due, è impossibile. Tu sei già un altro uomo. Sempre in qualche luogo, te ne vai da te stesso. Penso di essere un poeta al massimo grado formale. E penso che ogni mia opera artistica abbia la sua propria forma. Non dico a me stesso: «scrivo versi di questa o di quella dimensione». Perché quando inizio a scrivere versi non c'è una scelta. Tu non scegli la forma. I versi stessi, fino ad un certo punto, dettano. Ci sono dei versi meravigliosi. Traduzione di Pasternak. Sono versi proprio di Pasternak. E cominciano così:

                        Non io scrivo versi
                        Essi come un libro scrivono me
                        E il corso della vita li fa nascere.


Quando scrivi versi non scegli la misura. Ma visto che già usi una data misura, cerchi di ottenere una certa perfezione della forma. Penso che io non sono solo formale, sono formale in modo folle. Non solo per fare un'impressione favorevole sul lettore, ma per annichilirlo. Questa è la prima volta che io spiego versi a qualcuno!

 

Mademoiselle Veronique è una mia conoscente. E' francese. E' un'insegnante, insegna filologia e archeologia classica alla Sorbonne. Siamo nel 1967 - 68. E' un personaggio reale. E questa è una poesia eccezionale. Lo penso fino ad oggi. E sono, vedete, vecchie poesie alle quali ti riferisci. Ho molta simpatia verso di esse. E' una poesia meravigliosa. Non capisco del tutto come l'ho scritta, ma tuttavia...


Fontana è quasi una poesia figurativa. Sono lavori antico-alessandrini. Anch'essi [i poeti alessandrini] scrivevano poesie in forma di trapezio, rombo ecc... E Fontana è in teoria come se fosse una piccola fontana barocca nel palazzo Stroganov a Pietroburgo. E questa è la sua descrizione. Tento di riprodurre in forma di strofa una fontana a più ordini. Questo da una parte. Riguardo a Colloquio con un celeste, in essa, mi sembra, cerco di riprodurre la forma di una croce. Il motivo cristiano, come si dice. E' puramente visuale. E questa organizzazione opera nel subcosciente del lettore, prima o poi. La ripetizione di questa figura geometrica, inizia a suscitare certe illusioni. E, proposito, questo è in parte ciò che io, evidentemente - come affermano - ho imparato da Donne. Forse questo è un bell'esempio, sebbene sia poco probabile. Per la dizione ciò non è affatto Donne. Per la dizione per  la velocità, per l'energia è un altro poeta, penso. Se si parla di poeti inglesi, è un altro poeta, un poeta contemporaneo: Dylan Thomas, penso. Così mi sembra almeno per le prime due righe. Dopo è già una cosa più o meno mia. Semplicemente, la ricchezza puramente linguistica è un'altra. Ma, di nuovo, si tratta di molto tempo fa. Quando voi ancora non eravate fra i vivi.

 

Attrarmi tornare a casa? Si e no. Ho almeno due punti di vista su ogni cosa. Durante uno stesso giorno mi attrae e non mi attrae. E' come ritornare dalla prima moglie. E' interessante. Da un lato sì, dall'altro non molto. Scherzo. Non ho scelto. Mi hanno invitato i miei conoscenti, due o tre volte. Ma ogni volta non andava bene il periodo. Ora insegni - io insegno per un semestre - ora hai qualche altro impegno, devi essere anche da qualche parte. Semplicemente, là sono tutti morti. E quelli che vivono non sono poi così interessanti. Riguardo ai giovani, in generale, non si capisce in quale lingua esprimersi con loro. E temo che, adesso, arrivare con questa aureola che mi trovo si trasformi in giubilo popolare, ed essere oggetto di esultanza non mi piace affatto. E' più difficile sopportare un approccio buono, che uno cattivo.  Da una parte c'è la voglia e dall'altra... E inoltre, tutto il tempo ti allontani da tutto, ogni giorno. E alla fin fine ti trasformi, in un certo senso, in un apparecchio cosmico. Cioè, dapprima su di te agiscono tutte queste forze, tutte queste leggi di gravità, di gravitazione all'indietro, verso Bajkonur [centro spaziale sovietico da cui fu lanciato Gagarin nel 1957]. Ma gradualmente accade qualcosa di singolare. Tu provi la gravità, ma la gravità verso casa si indebolisce e si intensifica la gravità verso l'esterno, nell'aperto cosmo. Ecco che cosa succede in realtà. E già, fino ad un certo punto, è quasi impossibile tornare. Tornerò. E che cosa succederà? Andrò per le strade con i soldi in tasca, guarderò quella miseria, non capirò niente, sorriderò e saluterò la gente. E dopo cinque - sei giorni, salirò su un aereo e sparirò. Ma questo non mi entra in testa. Io so che la gente lo fa, ma è semplicemente l'altra gente. Ad alcuni questo piace terribilmente, ma io non so... Non sono fatto della stessa pasta. Non lo sopporto. Mostrarsi nella situazione di chi è felice, mentre la massa della gente... Io sono sempre stato come tutti e adesso sembro speciale. Sono sentimenti complicati.

 

Ho parecchi amici che ancora sono rimasti da quei tempi. I versi che essi scrivono mi piacciono molto. Ogni uomo è solidale o leale nei confronti della sua generazione. Lo voglia o non lo voglia. Sono le sole persone che egli capisce o, fino ad un certo punto, sono le sole persone che lo capiscano. E con loro ho stabili legami, che prima essi temevano. Ed io da parte mia non volevo spaventarli. Mi riferisco a quindici-diciotto anni fa. Ma nell'ultimo periodo tutto si è semplificato e tutto è diventato non così pericoloso. E quindi essi mi scrivono molto spesso, mandano, vengono essi stessi. Ho visto quasi tutti quelli che volevo vedere. I poeti della generazione più giovane mi mandano in continuazione poesie, opere, affinché io dica loro qualcosa. Dica cosa penso ecc.... E quando mi piace, muggisco qualcosa, dico qualcosa. Quando non mi piace, talvolta lo dico anche, ma, in generale, per questo non basta la vita, non basta il tempo. Ogni giorno sono tre o quattro chili di posta. E' la verità! E venirne a capo è impossibile, e, involontariamente, in un certo modo, offendi qualcuno, suppongo.

 

C’è una grande differenza fra le poesie più recenti e le poesie che ho scritto in quel tempo: hanno completamente un altro suono, un'altra tensione vocale. Questi versi, i primi versi, raggiungono il loro risultato. E' come se pestassero. Pesano sulla psiche del lettore. Cercano di soggiogarlo. In questi versi ti muovi sul lettore. Io ricordo che era come un carro armato, in modo che egli non avesse dove nascondersi, che non potesse scansarlo, che diventasse la fisica realtà oggettiva. Gli ultimi versi hanno completamente un altro principio. Essi devono ammaliarvi con qualcos'altro, con la loro piena neutralità. In realtà, bisogna dire che ogni carriera letteraria, fino ad un certo punto, inizia da un'aspirazione interiore di auto-miglioramento, cioè da una aspirazione alla santità, se volete. Nel processo delle capacità creative risulta, molto spesso, che la vostra penna sia di gran lunga più dotata di talento della vostra anima. E, molto spesso, diventate scrittori di professione, poeti di professione ecc... Iniziate a sottomettere il pubblico a voi stessi, al pubblico piace tutto e voi siete già parte del pubblico e della letteratura. Ma come anima, voi, in un certo senso... Questo va in secondo piano e voi, fino ad un certo punto, morite perfino. È necessario uno sforzo inverosimile affinché queste forbici divergenti (della penna e dell'anima) si uniscano e si mantengano insieme; uno sforzo di cui io stesso penso di non essere capace. Ed ecco, per esempio Gogol'. Quando egli capì questo, bruciò la seconda parte delle Anime morte. E per questo bisognava farlo santo, canonizzarlo, penso. Se fossi stato la Chiesa Ortodossa Russa, lo avrei fatto. E, quindi, penso che un poeta evolve, non solo perché egli non vuole ripetere le stesse cose che ha fatto - è una considerazione estremamente importante - ma prima di tutto perché la sua anima evolve. E ciò che l'anima (o il tempo, se vi pare) quando suona suggerisce al poeta, è più importante di ciò che egli stesso sia capace di fare. Forse ciò è sbagliato. Ecco tutto.

 

[Reggio Calabria, 27 novembre 1992]

Postato da: situo a 17:40 | link | commenti |

Suppongo... (Brodskij)

Iosif Alexandrovic Brodskij nacque a Leningrado il 24 Maggio 1940, in una famiglia ebraica. Il padre, ufficiale di Marina, venne congedato nel 1950 per una direttiva del Politburo che non permetteva alle persone di origine ebraica di ricoprire incarichi importanti nelle forze armate.

 

A quindici anni, intollerante verso la disciplina e il conformismo sovietico e disilluso dall’educazione scolastica - da lui ritenuta il primo contatto con l'obbedienza - lasciò la scuola compiendo quello che chiamò il suo "primo atto libero"; mentre ignorare le immagini onnipresenti di Lenin fu il "primo passo nell'arte di disinserirmi, il mio primo tentativo di estraniarmi.". Nel 1956 intraprese una serie di lavori manuali ("Fece il fresatore di una grande fabbrica di Leningrado, l'addetto alle caldaie in un bagno pubblico, l'operaio per un gruppo di geologi in Siberia... In altre parole, condusse una vita di vagobondaggi in Russia e in Asia Centrale" – Losev), studiando nello stesso tempo da autodidatta con impegno. Imparò la lingua inglese e polacca per conoscere direttamente dalla fonte la poesia inglese polacca e americana, studiò mitologia classica, filosofia religiosa, la Bibbia ecc. Un giorno Brodskij, trovandosi a Jakutsk, scoprì un volume di poesie di Baratynskij. Un'intervista che Brodskij ha rilasciato, c'informa circa il suo pensiero di quel momento:

Quando lessi questo libro mi divenne chiaro che non avevo niente da fare a Yakutsk o con la spedizione, che non conoscevo o non capivo nient'altro, che la poesia era la sola cosa che capivo.

Brodskij iniziò a scrivere nel 1958. Le prime opere di Brodskij furono dedicate ai temi poetici, ma il poeta subì lo stesso molestie e persecuzioni da parte degli organi di pubblica sicurezza russa. La sua cultura di formazione europea e i suoi scritti, ricchi di immagini e rimandi letterari, non entravano nel modello di poeta sovietico che si voleva dal partito. "Lui (Brodskij) viveva come una persona libera. E questo spaventa e irrita. Quel medesimo sentimento di libertà viveva nei suoi versi.", scrisse un amico di giovinezza di Brodskij, Gorodin. Il poeta è apprezzato e più volte lodato da Anna Achmatova e reclutato da un gruppo di giovani intellettuali (Rejn, Najman) che più avanti verrà ribattezzato Il Circolo di Pietroburgo. Riguardo alla figuratività semantica sono notevoli le immagini mitologiche, storiche e l'immaginazione religiosa che introducono i temi che diventeranno centrali per la sua opera: la fede, il tempo, la poesia e il linguaggio. In questi anni Brodskij inizia a sviluppare come principio estetico l'identificazione dell'uomo con la parola. Nella poesia Verbi i cittadini sovietici si identificano con i verbi:

Mi circondano verbi silenziosi

simili a teste estranee [...]

Ogni mattina vanno al lavoro.


Per quanto riguarda gli studi sugli scrittori europei e occidentali come Proust, Joyce, Beckett, T.S.Eliot e Frost, Brodskij poteva seguirli tramite samizdat. Allo stesso modo conobbe le opere dei filosofi religiosi russi Berdjaev e Sestov. Le letture di Brodskij compresero in quegli anni anche Dostoevskij, Mandel'stam e mediante samizdat Pasternak e Cvetaeva. Brodskij ha sempre stimato quest'ultima al di sopra dei suoi contemporanei russi, considerandola un'innovatrice sul piano formale. Fu grazie alla sua poesia che Brodskij imparò ad utilizzare complesse costruzioni sintattiche, pause e lineette, la sincerità e un punto di vista senza compromessi. E ciò che Brodskij dice della Cvetaeva per la maggior parte si può attribuire anche a Brodskij. Imparò le varie lingue da autodidatta per motivi di cultura personale ma con le traduzioni poté anche fare alcuni contratti con le case editrici. Nello stesso anno Brodskij scrisse quelli che sono considerati i capolavori della sua giovinezza: le poesie lunghe ovvero i poemi Grande Elegia a John Donne e Isacco e Abramo. Le poesie di Brodskij erano anche cantate nelle serate di poesia in cui si riunivano i giovani poeti e intellettuali leningrandesi per ascoltare gli autori che avevano avuto il coraggio di abbandonare il canone poetico del realismo socialista staliniano e i suoi versi elementari, estranei a qualsiasi innovazione. I poeti della nuova generazione si distinguevano per il desiderio di sperimentazione formale e per la scelta di tempi esplosivi.

Il poeta, se è davvero tale, qualunque cosa dica, usa un linguaggio suo e questo è già un reato. Il regime, infatti, ha codificato tutto, anche il linguaggio, [...]. C'è un lessico pietrificato ad uso degli artisti della parola: chi ne usa un altro è un "deviato" o un provocatore. E' uno "che si mette in proprio".


Nel 1959 Brodskij subì il primo arresto seguito dal rilascio immediato. Ma le sorti del poeta si stavano evolvendo a suo sfavore quando il 4 febbraio 1961 fu approvato a Leningrado un decreto contro i disoccupati. La legge venne subito usata per fini politici. Così anche Brodskij fu sottoposto alla vigilanza delle autorità sovietiche come possibile sovversivo, ma un ingrediente del motivo della persecuzione di Brodskij da parte dello stato fu anche l'Antisemitismo:

Cominciai a scrivere poesie e presto le celle delle Croci mi aprirono le loro porte.

 

Brodskij fu arrestato tre volte: nel 1961 e nel 1962 fu imprigionato, interrogato, trattenuto senza un'accusa formale e presto rilasciato per mancanza di motivi sufficienti. Brodskij racconta:

Gli agenti del KGB fecero irruzione in casa mia, a Leningrado, e buttarono tutto all'aria. Poi mi caricarono su un'auto e mi portarono al comando dove mi tennero per tre giorni interrogandomi su tutto: le mie idee, i miei amici, il mio modo di vivere. Gli interrogatori si sa come avvengono: insulti, minacce, promesse di clemenza [...] Il carcere a Leningrado è nello stesso palazzo del kgb, è un po' come la Lubjanka di Mosca. Nelle celle si accede dall'interno, attraverso un ponticello che io chiamo "il ponte dei sospiri". L'edificio ha cinque piani, più tre sotterranei. Sopra sembra un ministero, sotto, un luogo di tortura. [...] Alla terza, me la diedi a gambe ma appena in strada mi misi a ridere: dove potevo andare? Così tornai indietro e mi consegnai agli agenti.

 

Nel maggio del 1961 Brodskij fu arrestato con l'accusa di parassitismo e inizialmente imprigionato nelle famose “Croci”. Poi fu internato fino al 5 gennaio 1964 all'ospedale psichiatrico Kascenko di Mosca. Tutte le azioni in difesa di Brodskij furono ignorate: lettere, telegrammi e telefonate all'amministrazione dell'Unione degli scrittori, al Comitato del partito di Leningrado, e a Kruscev al Comitato Centrale da parte di Dimitrij Sostakovic, Samuil Marsak e Kornej Cukovskij - tre premi Lenin che il professor Etkind e la giornalista Frida Vigdorova con l'aiuto di Anna Achmatova riuscirono a schierare in favore di Brodskij - rimasero senza risposta. L'Unione degli scrittori di Leningrado rifiutò di difendere Brodskij, rimettendolo al tribunale. Fra il gennaio e il febbraio 1964 Brodskij si nascose spostandosi continuamente, su consiglio dei suoi amici, in luoghi diversi. Ma appena ritornò a Leningrado fu arrestato. Il 18 febbraio ebbe luogo la prima udienza del processo al tribunale del distretto Dzerzinskij di Leningrado, udienza che fu rimandata a richiesta del difensore affinché Brodskij fosse sottoposto ad una visita medica per chiarire se lo stato della sua salute non impedisse il mantenimento di un lavoro regolare. Il breve interrogatorio di Brodskij in questa udienza divenne famoso grazie agli appunti della Vigdorova, i quali insieme all'interrogatorio della seconda udienza (finché il giudice non le ordinò categoricamente di smettere di prendere appunti) furono esportati di contrabbando e stampati su parecchi giornali in Occidente: in tal modo il processo di Brodskij diventò una internazionale cause célèbre. Se ne citano qui brevemente i passi più significativi:


GIUDICE: Di che cosa si occupa?

BRODSKIJ: Scrivo poesia. Traduco. Suppongo...

GIUDICE: Niente "suppongo". Si alzi dritto in piedi! Non si appoggi alla parete! Guardi la corte! Risponda alla corte correttamente!

(A me): La smetta di prendere appunti immediatamente, o la dovrò espellere dalla sala!

(A Brodskij): Ha un lavoro fisso?

BRODSKIJ: Pensavo che fosse un lavoro fisso.

GIUDICE: Risponda precisamente!

BRODSKIJ: Scrivevo poesia. E pensavo che fosse stata stampata. Suppongo...

GIUDICE: Non siamo interessati a quello che suppone. Risponda per quale ragione non ha lavorato.

BRODSKIJ: Ho lavorato. Ho scritto poesia.

[...]

GIUDICE: Per quanto tempo ha lavorato?

BRODSKIJ: Approssimativamente...

GIUDICE: Non siamo interessati all'approssimativamente!

BRODSKIJ: Cinque anni.

GIUDICE: Dove ha lavorato?

BRODSKIJ: In una fabbrica. Con un gruppo geologico...

GIUDICE: Quanto tempo ha lavorato nella fabbrica?

BRODSKIJ :Un anno.

GIUDICE: Facendo che cosa?

BRODSKIJ: Ero fresatore.

[...]

GIUDICE: Ma in genere qual è la sua specialità?

BRODSKIJ: Sono un poeta, un poeta-traduttore.

GIUDICE: E chi le ha detto che lei è un poeta? Chi l'ha incluso nell'ordine dei poeti?

BRODSKIJ: Nessuno. (Non sollecitato) E chi mi ha incluso nell'ordine della razza umana?

GIUDICE: Lo ha studiato?

BRODSKIJ: Che cosa?

GIUDICE: Essere un poeta? Non ha finito la scuola dove preparano... dove insegnano...

BRODSKIJ: Penso che non si può ottenere dalla scuola.

GIUDICE: Come allora?

BRODSKIJ: Penso che... (disorientato) venga da Dio...


Il tribunale deliberò che Brodskij fosse sottoposto ad un esame giudiziario psichiatrico per determinare se soffrisse di qualche malattia psicologica e se questa malattia non permettesse di mandarlo in esilio ai lavori forzati. Fu invece rifiutata la richiesta del difensore di scarcerare Brodskij fino alla ripresa del processo. Brodskij trascorse tre settimane nell'ospedale psichiatrico di Leningrado. A questo periodo si deve probabilmente la composizione di una delle più belle opere di Brodskij: il poema Gorbunov e Gorcakov, 1965-68. E Brodskij ricorda quei giorni come il momento più duro in Unione Sovietica:

Mi facevano punture calmanti terribili. Mi svegliavano in piena notte, mi facevano un bagno gelato, mi stringevano dentro un asciugamano umido e mi mettevano accanto al calorifero. Il calore seccava l'asciugamano e mi tagliava la carne.


Nella seconda udienza, il 13 marzo 1964 si lesse il risultato dell'esame medico il quale determinava che, nonostante Brodskij presentasse qualche tratto psicopatico nel suo carattere, era capace di lavorare e pertanto le misure di punizione previste dal decreto sui parassiti erano applicabili. Dopo il processo Brodskij venne imprigionato nuovamente alle “Croci” fino al 22 marzo, dopo di che lo deportarono insieme a ladri e assassini al distretto Konoskij nella regione di Archangel'sk (all'estremo Nord della Russia) dove iniziò a spaccare legna: “era terribile, svenivo, non ce la facevo proprio.” In seguito, aiutato dal capo della polizia locale riuscì a trovare un villaggio nelle vicinanze, Norinskaja, dove si trovava un sovchoz dedito soprattutto all'allevamento del bestiame. Là Brodskij puliva le stalle, trasportava il letame e aiutava a lavorare nei campi. La musa di Brodskij è breve sull'autocommiserazione, oggi ricorda più serenamente la sua esperienza a Norinskaja:

Da una parte è stato molto pesante, [...]. D'altra parte è stato uno dei periodi più fecondi della mia vita: avevano molto tempo libero. Il clima era severo, qualche volta non si usciva neanche di casa, e così leggevo e scrivevo molto. [...] poi subentrò qualcosa di più importante, di più
profondo che mi segnò per tutta la vita: quando esci di mattina alle sei, nei campi, a lavorare con il sole che si alza, senti che quel gesto è lo stesso di milioni e milioni di altri essere umani. E' allora che avverti il senso della solidarietà umana, direi. Se non mi avessero arrestato e
condannato, non avrei avuto quest'esperienza, sarei stato più povero. In un certo modo sono stato fortunato.

 

Così poi Brodskij dirà ai suoi allievi:

A ogni costo evitate di concedervi lo status di vittima...


Ma fortunatamente il poeta vi trascorse solo diciotto mesi grazie ad una petizione firmata da scrittori russi e stranieri che protestarono contro il verdetto inflitto a Brodskij. Nel novembre del 1965 lo liberarono e tornò a Leningrado con una fama quasi mondiale:

Mi sembrava di saper tutto, di poter distinguere il bene dal male, [...] Ero in splendida forma interiore. E a un certo punto sembrava che riuscissi perfino a pubblicare i miei versi su qualche rivista importante.


Vennero pubblicate traduzioni delle sue opere in molte lingue europee (Francese, Tedesco, Italiano, Inglese, Ceco, Ebraico, Norvegese, Polacco, Serbo Croato). E in America appare (anche se non autorizzata del poeta) la sua prima collezione di poesie. Nella seconda raccolta, formata da cinquanta liriche scritte prima del 1963, cinque poemi, e nove liriche nel 1964, si diffonde un senso di impotenza di fronte al male che prevale in un mondo in cui i desideri sono irrealizzabili. Alcune poesie furono pubblicate in Unione Sovietica. Brodskij continuò il suo lavoro di traduttore soprattutto dei poeti polacchi come Cyprian Norwid, Zbigniew Hebert, Czeslaw Milosz e Kostantin Galczynski. Dei poeti inglesi tradusse Andrew Marvell e John Donne. Le traduzioni di Donne sono state incluse nella seconda raccolta di poesie di Brodskij, che contiene cinquantotto liriche, otto poemi e alcune poesie già stampate nella prima raccolta. In questo gruppo si esprime il dolore per la perdita e la separazione Enea e Didone, 1969, anche la perdita dell'amore è il simbolo di privazioni più ampie Addio Mademoiselle Veronique, 1967. Il racconto di un naufragio Lettera in una bottiglia, 1965, allude all’affondamento dei sentimenti. Le liriche del periodo successivo al suo rilascio sono spesso autobiografiche. Parecchie poesie sono meditazioni sull'importanza della cultura Fermata nel deserto, 1966. Un lungo colloquio che s'intreccia in infiniti punti di vista su temi universali è costituito dal poema Gorbunov e Gorcakov. Negli anni dopo il suo rilascio Brodskij viaggiò a lungo. Trascorse a Mosca l'estate del 1966 con i suoi amici Naiman e Rejin. In inverno viaggiava per la Crimea: fu in Jalta, Gurzuf, Koktebel. Molto spesso andò in Lituania: Vilnius, Palanga, Kaunas. Il resoconto di uno dei viaggi in Lituania fu il ciclo Divertimento Lituano, 1971, dedicato a Tomas Venclova in compagnia del quale soggiornò a Vilnius insieme anche al poeta polacco Viktor Vorosilskij. Tradusse l'opera di Brendan Behan The Quare Fellow e quella di Stoppard Rosencrantz and Guildenstern Are Daed. Brodskij tuttavia era ancora guardato come un elemento indesiderabile nella società sovietica e, nel 1968, al momento di firmare il contratto per una pubblicazione di una vera e propria raccolta di poesie in Russia sorsero dei problemi inspiegabili.


Nel 1969 Robert Lowell lo invitò a partecipare al Festival Internazionale della Poesia a Londra ma non gli fu permesso di andare ad un altro invito al Festival dei Due Mondi a Spoleto, l'Unione degli Scrittori Sovietici rispose che non c'era nessun poeta con quel nome in Russia: era stato depennato dalla lista ufficiale degli scrittori russi. Nel maggio del 1972 gli intimarono l'ultimatum per lasciare il paese:

Il 10 maggio 1972 mi chiamano e mi dicono: "Approfitti subito di uno dei tanti inviti che le vengono per emigrare in Israele e parta. Le prepariamo il visto in due giorni". "Ma non ho nessuna intenzione di approfittarne". "E allora si prepari al peggio". Non potevo far altro che cedere: sono riuscito al massimo a farmi prolungare i termini fino al 10 giugno ("dopo questa data non ha più carta d'identità, non ha più niente"): volevo almeno passare a Leningrado il mio trentaduesimo compleanno, con i miei genitori, l'ultimo. Quando mi hanno consegnato il visto d'espatrio, mi hanno fatto saltare la fila: c'erano tanti ebrei che aspettavano, che bivaccavano lì in anticamera giorni e giorni in attesa del visto e che mi guardavano esterrefatti, con invidia [...]. L'ultima notte in Urss l'ho passata scrivendo una lettera a Breznev. Il giorno dopo ero a Vienna.


L'espulsione di Brodskij dalla Russia segna la fine del suo secondo periodo creativo. Fine di un'epoca meravigliosa è il titolo della sua terza raccolta di poesie e, benché sia stata stampata nel 1977, può essere considerata come riferita da Brodskij a questo periodo, dal momento che la raccolta contiene poesie che vanno dal 1964 al 1971. Poeticamente infatti rappresenta la fine del suo periodo lirico e mostra i primi segni dell'anti-lirismo o meglio di un sistema lirico in cui i sentimenti sono sotto il controllo della ragione, anche se a volte disobbediscono. In Canto senza musica, 1970, la separazione in amore viene espressa attraverso una figuratività geometrica. In In memoria di T.B., 1968, non si esprime un classico dolore per la perdita dell'amata, ma un sentimento quasi indifferente sotto il quale però si nasconde lo stupore per l'incomprensibilità della morte tanto che nessuna manifestazione di dolore gli sembra adeguata ad un'esperienza così tragica. Anche qui troviamo due amanti ma stavolta separati nel tempo.


In Da Febbraio ad Aprile, 1969-70 manca il lirismo alla Fine dell'inverno perché il ricordo del male sfuma e le Muse litigano invece di «cantare», ma stanno a banchetto con la loro madre, la dea della Memoria e quindi il male non può essere dimenticato:

Quest'inverno di senno

di nuovo non sono uscito, e l'inverno

vedi è finito. [...]

non ha termine il tempo dell'inquietudine,

non finiscono gli inverni.

Qui sta il nocciolo dei cambiamenti,

nel trambusto, nel bisticcio delle Camene

al banchetto di Mnemosine.


L'alienazione si comunica in Discorso sul latte versato, novembre 1967. Atmosfere di sonnolenza, inerzia, aridità si sente in Fine di un'epoca meravigliosa, dicembre 1969. In Post aetatem nostram, 1970, delinea un impero immaginario del futuro in un periodo post-cristiano, identificandolo con l'impero romano pre-cristiano. Le cose sono preferite agli uomini nella sconvolgente Nature morte, 1971, ma in essa si cela il terrore della morte.

Nel giugno del 1972 quindi Brodskij arrivò a Vienna vivo, libero ma solo: i manoscritti delle sue poesie, i suoi genitori e il figlio di quattro anni rimasero a Leningrado. Rifiutandosi tuttavia di drammatizzare la sua situazione Brodskij cercò di trarre un insegnamento da tutte le assurdità
che si erano presentate nella sua vita:

Ho cercato molte volte di convincere i miei amici, senza molto successo, in verità, che la cosa più importante è non prendere troppo sul serio quello che ti accade. Se davvero pensi di essere tanto buono, se pensi che nei tuoi confronti si sta compiendo una terribile ingiustizia è una catastrofe. L'unico principio valido è che bisogna sempre, più o meno, aspettarsi il male.

In Austria Brodskij ricevette il primo risarcimento delle perdite incontrando il poeta da lui adorato: W.H. Auden. Nel 1969 George L. Kline (professore di filosofia al Bryn Mawr College in Pennsylvania) stava traducendo delle poesie di Brodskij per la casa editrice inglese Penguin e Brodskij avrebbe preferito Auden come ideale autore della prefazione al futuro libro. Il suo desiderio poté realizzarsi e appena giunto a Vienna Brodskij va a trovare Auden nella sua casa estiva nel villaggio di Kirchstetten:

Poi scrisse all'Accademia dei poeti americani chiedendo che mi procurassero qualche aiuto finanziario. Fu così che ricevetti i miei primi soldi americani - mille dollari per l'esattezza -, destinati a durarmi fino a quando ebbi il mio primo stipendio dalla University of Michigan. [...] poi da Londra mi arrivò - c/o W.H. Auden - un invito a partecipare al convegno "Poetry International" che si teneva al Queen Elizabeth Hall, e tutt'e due prenotammo lo stesso volo della British European Airways. [...] Lui si appoggiò al leggio e per una buona mezz'ora riempì la sala con i versi che conosceva a memoria. Se mai ho desiderato che il tempo si fermasse, fu allora, dentro quella vasta sala scura sulla riva meridionale del Tamigi. Disgraziatamente non si fermò. Anche se l'anno seguente, tre mesi prima che Auden morisse in un albergo austriaco, ci trovammo di nuovo insieme a recitare i nostri versi. Nella stessa sala.


Successivamente nella summenzionata prefazione Auden scrisse di Brodskij:

non è uno scrittore facile, ma anche una rapida lettura rileverà che, come Van Gogh e Virginia Woolf, ha una straordinaria capacità di immaginare oggetti materiali come segni sacramentali, messaggeri dell'al di là.


Nel 1977 Brodskij diventò cittadino americano. Questo è il motivo per il quale gli americani si riferiscono a Brodskij, (a nostro parere impropriamente) come “Russian - born American poet” e cambiano il suo nome senza traslittarlo in Joseph Brodsky. Sempre nel 1977 venne pubblicata la quarta raccolta con il titolo Una parte del discorso, formata da quarantadue poesie. In questa raccolta i viaggi lasciano la loro traccia, tuttavia come sostiene A. Losev:

È erroneo [...] ascrivere al genere dei viaggi quasi tutta la lirica di Iosif Brodskij degli ultimi anni, [...]. L'esilio è qualcosa di completamente contrario al viaggio. [...] Il viaggiatore vede intorno svariati paesi, l'esiliato tutto il tempo la sola NON-patria.


Sostanzialmente d'accorso con Losev bisogna tuttavia aggiungere che Brodskij non descrive semplicemente il luogo della visita ma ne fa un commento lirico, filosofico, storico, letterario su cui spicca la sua personalità. Una delle migliori poesie di questo tipo è Dicembre a Firenze, 1974, in cui Brodskij sente di Firenze l'affinità del suo destino con quello di Dante (malgrado che Brodskij in nessun luogo lo chiami per nome). Le immagini della città e i pensieri di Brodskij si fondono talmente che al posto di Dante, Firenze e l'Arno si potrebbero scorgere Brodskij, Leningrado e il Neva:

C'è una città in cui non c'è ritorno.

Il sole batte nelle sue finestre,
come su specchi lisci. Cioè,

in essi non penetri [...].

Là sempre scorre
il fiume sotto sei ponti.

La c'è un posto, dove si serrò con le labbra
anche alle labbra e la penna ai fogli. E

là s'increspa dalle arcate,
colonnate, dai spaventapasseri di ghisa;

là la folla parla, sovraccaricando l'angolo tranviario,

nella lingua dell'uomo che morì.


Il punto di partenza per una meditazione su Dio e l'uomo è la svolazzante La
farfalla, 1972. Il ciclo di poesie brevi che dà il titolo all'intera raccolta esprime la situazione psicologica del poeta in esilio tramite l'alienazione del linguaggio:

Negli ultimi dieci o quindici anni, diciamo dieci, del tutto consapevolmente, cerco di liberare i versi da effetti esteriori. Cioè cerco di non alzare la voce, ma, al contrario, di diminuire la voce.


Risultano invece conservate e sviluppate le componenti originali della sua poesia quali: l'immediatezza e sincronismo nella percezione della realtà e la sua istantanea trasposizione su un piano metafisico, in altre parole la facoltà di guardare nello stesso momento in diverse direzioni comunicando all'istante i vari punti di vista ma con i propri occhi, cioè gli occhi di un poeta dotato di una profondità di visione impareggiabile; la densità di pensiero nel raggiungere l'essenza dei problemi umani riassumendoli in una definizione sintetica; l'inventività introdotta da una rete di metafore e similitudini che coinvolgono spesso la materializzazione dell'astratto (soprattutto il linguaggio), il trasferimento di caratteristiche umane al mondo non umano, l'identificazione dell'uomo e del poeta con il linguaggio; l'ironia e/o l'autoironia nella presentazione di sentimenti forti; ma più di tutto si consolida la percezione e descrizione del mondo attraverso il prisma del linguaggio. Non a caso la quarta raccolta, Parte del discorso, che contiene poesie composte dal 1972 al 1976 porta il titolo simbolico dell'inizio della nuova realtà di Brodskij, in cui egli è rimasto solo con il proprio linguaggio “che non intendo abbandonare e da cui spero di non essere abbandonato”:

Di tutto l'uomo vi rimane una parte

del discorso. Una parte del discorso
in genere. Una parte del discorso.


Dal 1972 per i successivi nove anni Brodskij mantenne la carica di poet-in-residence all'Università del Michigan ad Ann Arbor presso il Dipartimento di lingue e letterature slave. Tenne numerose conferenze di letteratura comparata, di poesia russa ed inglese, e studi classici in svariate università americane. Si trasferì quindi a New York insegnando «a interpretare la poesia» in due università americane. Brodskij viaggiò molto sia in America sia in Europa, da turista e da lettore delle sue opere. Con il suo primo stipendio, dopo il primo semestre ad Ann Arbor, trascorse il Natale a Venezia. Da allora Brodskij vi tornò quasi ogni anno:
Salvo due o tre eccezioni dovute ad attacchi di cuore o ad analoghe emergenze, riguardanti me o qualcun altro, a Natale o poco prima mi sono affacciato ogni anno da un treno/aeroplano/vaporetto/pullman e ho trascinato le mie valigie, cariche di libri e macchine per scrivere, fino alla soglia di questo o quell'albergo, di questo o quell'appartamento.


L'Italia attraeva Brodskij per la sua cultura, le sue arti storiche. Nel 1981 infatti trascorse a Roma quattro mesi leggendo polverosi manoscritti di Orazio, Virgilio e Ovidio. Come risultato di questa esperienza nel 1982 compose Elegie Romane:

Scrissi i versi su ciò che pensavo, che sentivo e, in quel momento, volevo mettere sulla carta. [...] Ma come sempre quando si scrive su qualcosa, si aggiunge qualcosa della vita precedente, o se ci si riesce, della vita futura.


Brodskij nel pensare a Roma ne intravide solo l'immagine di capitale imperiale. Immagine che a parere di Brodskij non si riflette in nessuna delle città russe:

L'unica che assomigli a Roma, che ha una certa somiglianza con Roma è New York. E' lo stesso principio imperiale, cioè lo slancio verso la grandiosità.

 

O più semplicemente nella mente di Brodskij fra i due termini di paragone che comprendessero San Pietroburgo e una città italiana, quest'ultimo posto era già stato occupato da Venezia, per motivi di affinità geografiche e meteorologiche collegate da motivi spirituali. Brodskij coglie una somiglianza fra la nostra città e la sua città natale ancora prima di conoscerla, leggendo una storia ambientata a Venezia:

L'atmosfera era crepuscolare e pericolosa, la topografia era complicata da un gran numero di specchi; [...] La cosa principale era che la storia si snodava in capitoletti di una pagina o una pagina e mezza. La loro rapida successione dava il senso di tante strade umide, fredde, anguste, [...] Per uno nato dalle mie parti, la città che affiorava da quelle pagine era facilmente riconoscibile e sembrava un prolungamento di Pietroburgo, una sua proiezione in una cornice storica migliore e, ovviamente, a una latitudine migliore.

 

L'acqua è l'elemento che unisce le due città fisicamente e l'amore di Brodskij per l'acqua le accomuna spiritualmente:

Ho sempre aderito all'idea che Dio sia tempo, o almeno che lo sia il suo spirito. [...] In ogni caso ho sempre pensato che se lo spirito di Dio aleggiava sopra la faccia dell'acqua, l'acqua non poteva non rifletterlo. Da qui il mio debole per l'acqua, per le sue pieghe, rughe, increspature e - poiché sono un nordico - per il suo grigiore. [...] E' questo, in definitiva, che ti porta a questa città - al mondo che la marea porta l'Adriatico e, per estensione, l'Atlantico e il Baltico.

Nel 1986 è stata pubblicata una raccolta di saggi in inglese, Meno di uno, che si può considerare: 1) un'amplificazione delle poesie 2) un commento alla sua opera 3) un'autobiografia. Quanto al primo punto si può osservare che la sua prosa contenga lo stesso sistema metaforico e la stessa identità semantica della poesia. Quanto al secondo punto quando Brodskij tratta degli altri scrittori e della loro opera è come se parlasse di se stesso. Quanto al terzo punto, in ogni caso si può affermare che autobiografica sia tutta l'opera di Brodskij, dal momento che la memoria s'intreccia sempre alla riflessione. Il 10 dicembre del 1987, all'età di 47 anni, Brodskij fu il quinto russo a ricevere il premio Nobel per la letteratura, preceduto da I. Bunin (1933), B. Pasternak (1958), M. Solochov (1965) e A. Solzenicyn (1970). Oggi Brodskij è ampiamente pubblicato in Unione Sovietica. Già a partire dal 1990 sono apparse diverse raccolte di poesie e studi sempre più numerosi vengono pubblicati sulle riviste sovietiche come testimonianza di una completa riabilitazione. In questo modo Brodskij ancora una volta profetizzò il suo destino quando, nella lettera indirizzata a Breznev alla vigilia della sua partenza scrisse:

I poeti ritornano sempre, in carne o sulla carta. Voglio credere che ambedue siano possibili.

 

Entrambi i desideri divennero realizzabili, tuttavia Brodskij è ritornato in patria sulla carta ma il suo rientro in carne non risultò così semplice.  Il motivo di questa sua riluttanza è desumibile dalle pagine di La condizione che chiamiamo esilio in cui Brodskij fa un consuntivo fra gli effetti negativi e positivi che l'esilio produce su uno scrittore propendendo per quelli positivi (primo fra tutti, la condizione metafisica dell'esilio - intrinseca per un poeta). E si può leggere fra le righe della sua risposta nell'intervista. Nonostante Brodskij adduca svariati motivi - sicuramente legittimi - ci sembra di poter affermare, partendo dalla frase “E' come tornare dalla patria moglie”, che tali motivi siano solo dei pretesti per velare (come Brodskij fa sempre) i suoi sentimenti di orgoglio. Brodskij sente di avere un legame indissolubile con il suo primo amore, la Russia, ma lei lo ha respinto facendolo soffrire profondamente. Se Brodskij era indeciso a ritornare ciò significava che ancora non l'aveva perdonata, identificandosi in un certo senso con Dante che umiliato dalla sua Firenze non volle più tornarvi: "C'è una città in cui non c'è ritorno" e l'epigrafe di Dicembre a Firenze dice: “Questi, andandosene, non diede uno sguardo indietro”. O semplicemente non era riuscito a trovare un equilibrio interiore nella sua anima scissa.

 

Innamorato dell'Italia, (e dell'italiano, che definisce "la lingua prima della poesia") trascorre regolarmente le sue vacanze di fine anno a Venezia... Brodskij si sente molto attratto da Venezia, dalla sua gente, dalla sua bellezza. Nel suo libro "Watermark", il poeta paragona Venezia a una donna... La sua descrizione della bella Venezia ha evidenti elementi erotici… Diceva d’avere sensazioni simili a quelle di quando si tocca il seno dell’amata, o le sue spalle.

Sono nato e cresciuto nelle paludi baltiche, dove

onde grigie di zinco vengono a due a due;

di qui tutte le rime, di qui la voce pallida

che fra queste si arriccia, come un capello umido;

se mai s'arriccia.

 

Venezia gli ricorda appunto anche la sua città natale, San Pietroburgo, visto che entrambe sono costruite sulle isole e circondate dall'acqua. L'acqua ha un significato speciale in Watermark. L'acqua simbolizza il tempo, e una grande metafora. Il tempo passa come scorre acqua, e rimane l'arte, la bellezza dei palazzi, dei quadri, di intera città. Il tempo passa inevitabilmente, e uomo deve sentire un certo timore davanti all'oscurità:

Alle occasioni di Capodanno, quando devo sentirmi rinnovato per affrontare l'anno nuovo, vengo al mare, nei posti dove le acque mi danno la nuova carica...

 

Nel 1991 uscì in Italia la meravigliosa opera Fondamenta degli Incurabili, in cui le immagini di Venezia, i pensieri di Brodskij sulla città e i suoi ricordi s'intrecciano creando una prosa, per così dire, poetica:

Il pizzo verticale delle facciate veneziane è il più bel disegno che il tempo - alias - acqua abbia lasciato sulla terra ferma, in qualsiasi parte del globo. In più esiste indubbiamente una corrispondenza - se non un nesso esplicito - tra la natura rettangolare delle forme di quel pizzo – ossia degli edifici veneziani - e l'anarchia dell'acqua, che disdegna la nozione di forma. E' come lo spazio, consapevole - qui più che in qualsiasi altro luogo - della propria inferiorità rispetto al tempo, gli rispondesse con l'unica proprietà che il tempo non possiede: con la bellezza. Ed ecco perché l'acqua prende questa risposta, la torce, la ritorce, la percuote, la sbriciola, ma alla fine la porta pressoché intatta verso il largo, nell'Adriatico.

 

E in effetti la prima volta che mise piede a Venezia nell'inverno del 1972 - come ricorda il poeta - fu investito in pieno da una sensazione di suprema beatitudine: le sue narici furono toccate da quello che era a suo dire sinonimo di felicità, l'odore di alghe marine sotto zero. Da qui il suo debole per l'acqua, per le sue pieghe, rughe, increspature e - poiché era nordico - per il suo grigiore. Forma addensata del tempo egli considerava l'acqua e qui - nell'isola dei morti - effettivamente tempo ed acqua avevano raggiunto la sintesi suprema dell'eterno fluire e dell'eterno stare:

sempre non è una parola, è una cifra,

che quando su di noi crescerà l'erba,

coprirà il tempo e l'ora coi suoi zeri.

 

Quando Brodskij comprende che i seri problemi cardiaci di cui soffre da tempo si stanno aggravando, esprime il desiderio di venire seppellito nella sua "personale forma del Paradiso": Venezia, la città di acqua e canali, come la natale San Pietroburgo. Qui muore il 28 gennaio del 1996 e da allora riposa nel cimitero dell'isola di San Michele, accanto a Pound e Stravinskij.


Bibliografia italiana:

 

Di Iosif Brodskij:

Poesie di Natale, Adelphi, 2004

Profilo di Clio, Adelphi, 2003

Discovery, Mondadori, 2000

L’altra ego, Bompiani, 1998

Dolore e ragione, Adelphi, 1998

Fondamenta degli incurabili, Adelphi, 1996

Poesie italiane, Adelphi, 1996

Marmi, Adelphi, 1995

Poesie e prose, UTET, 1989

Fuga da Bisanzio, Adelphi, 1988

Dall’esilio, Adelphi, 1988

Poesie, Adelphi, 1988

Il canto del pendolo, Adelphi, 1987

 

Su Iosif Brodskij:

Sven Birkerts, Intervista con Josif Brodskij. Introduzione di Paolo Mattei, minimum fax, 1996

*

Questo post integra e completa quello del 23/8/06: "Penso venga da Dio."

Postato da: situo a 13:13 | link | commenti |

Libertà

[32]

La tua libertà dammi.
E non la tua fatica,
no, né le foglie secche,
il tuo sonno, occhi chiusi.
Vieni a me da te stessa,
non dalla tua stanchezza
di te. Voglio sentirla.
La tua libertà, un vento
universale che mi porta
quell'odore di legna
antica dei tuoi armadi,
in uno stormo di visioni
che tu vedevi,
quando era al colmo la tua libertà
e chiudevi ormai gli occhi.
Com'eri bella, in piedi, libera!
Se mi dai la tua libertà mi dai i tuoi anni
bianchi, limpidi e aguzzi come denti,
mi dai quel tempo in cui tu ne godevi.
Voglio sentirla come sente l'acqua
del porto, pensierosa,
nelle immobili chiglie
l'alto mare, la sacra turbolenza.
Sentirla,
sosta d'un volo,
come in un'albereta tranquilla
un ramo sente
dove si posa un passero,
brama di volo, l'ostinata lotta
contro le dimensioni dell'azzurro.
Riposala oggi in me: io ne godrò
come un tremore di foglia in cui sostano
gocce del cielo al suolo.
La voglio
per liberarla, solamente.
Non c'è prigione per te nel mio essere.
Per me ti serba la tua libertà.
E la libererò di nuovo, e in cielo,
o nel mare, nel tempo,
la vedrò incamminarsi al suo destino.
Se quello sono io, ti sta aspettando.

P. Salinas - "Ragioni d'amore"

Postato da: situo a 12:44 | link | commenti (1) |

venerdì, 25 agosto 2006
(parole e omissioni)

Ultimi libri letti:

 

Scabia - "Il tremito".

Brodskij - "Poesie" e "Poesie di Natale".

Frugoni - "Vita di un uomo: Francesco d'Assisi".

McLuhan - "Gli strumenti del comunicare: mass-media e società moderna".

Postato da: situo a 19:43 | link | commenti |

Estrazioni del botto

Non per auto-citarmi, però una volta ho scritto questo 'haiku moderno':

Estrazioni del botto

Battaglia d'indici:

tragico varietà -

si muore in pollici.

Ora, mettendo da parte il fatto che sia 'mio' (il che non conta davvero, se non a livello di piacevole sorpresa), si vede (sente) già da subito che è una bomba a livello sia di contenuto sia anche di forma (come se fossero scindibili, poi). Pur ricorrendo alla brevitas dell'antica poesia cinese, che però (lo dice appunto già la stessa parola latina) appartiene anche all'uso gnomico Romano e prima ancora Greco antico. Perché lo rinnova dall'interno. Intanto fa il verso al micidialmente asettico e standardizzato gergo giornalistico (i tre versi son come tre titoli di giornale, o telegiornale: ma sono anche tre spari, tre fucilate, tre bombe atomiche...). L'ironia compare fin dal titolo: sarcasmo, anzi, su una commistione funesta e deleteria tra dimensione ludica e dimensione del dolore. Sotto a chi tocca: chi muore oggi? Questa cosa torna anche nel verso centrale, in cui si dà una prospettiva nefasta sulla storia: una funebre vicenda che si continua a ripetere dai tempi dei tempi, riducendosi a un teatro tragico reiterato e senza uscita - ma solo perché mai riconosciuto davvero come tale e quindi evitato, anzi superato! La battaglia, la guerra è qui degli indici: indici d'ascolto, naturalmente, ma anche indici puntati a giudizio come lance confitte nel cuore stesso dell'umanità. Una morte che fa spettacolo e uno spettacolo che pur di apparire e accaparrarsi l'ultimo dramma ammazzerebbe, una violenza mortale che si sussegue mascherandosi sotto il gioco della casualità negli schermi apatici e disumani della televisione mondiale come se fosse niente, e che anzi ci nasconde alle cause e responsabilità come alle nostre emozioni, a noi stessi, alla stessa tragedia che 'ammiriamo' e a cui assistiamo (in ogni senso, quindi anche: contribuendovi!) al riparo dietro il tubo catodico. Ma alla fine la realtà, la verità è che: si muore, comunque. Ora, in particolare, si muore in pollici: appunto quelli del televisore, che frammenta in pixel anche la morte rendendola così intangibile nel suo contenuto emotivo di vissuto diretto e di consapevolezza dei perché e dei chi attua tutto questo. Ma i pollici sono anche l'unità di misura americana (una bara, vien subito in mente...), di quell'America (U.S.A.) che fa strage ovunque oggi (da decenni e decenni ormai). E ancora: pollice verso, a morte! Eccoci dunque in quest'immane 'reality' globale, dove chiunque è protagonista di un dramma collettivo che ci 'catartizza'  e 'salva' dal pensarci/sentirci vivi e mortali (e quindi dall'agire di conseguenza): deleghiamo e ci 'abituiamo' così alla morte ogni giorno e ad ogni momento, per lo più all'ora di pranzo e di cena: e mangiamo cadaveri, ci nutriamo di sofferenza continuamente, evacuando anche insieme di continuo la nostra sensibilità e intelligenza e responsabilità. Come niente fosse, fòsse.

Postato da: situo a 19:09 | link | commenti |

Musica delle cose

"e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l'ore future"

Dei sepolcri, vv. 6-7.

Siccome una volta, tantissimi anni fa, m'ero diciamo un po' forzato ad imparar a memoria lunghi poemi tipo appunto questo di Foscolo (oltre a più 'brevi' poesie tipo l'Infinito di Giacomino...), oggi m'è tornato di nuovo in mente 'sto distico e chiedendomi perché lo ricordo meglio di altri e con più nitidezza formale, direi quasi al di là del significato e dell'immagine che disegna/traccia nella mente e dell'impressione emotiva/estetica che riesce a lasciare (in un carme che inizia con toni lugubri e ha ad argomento la sepoltura/culto dei morti), ho trovato la risposta, naturalmente, continuando a dire questi versi finché tutti i suoni non si son stagliati perfettamente nella loro chiarezza musicale: me li ricordo così bene perché sono musica, son pieni di ritmo e soprattutto di assonanze. Riassumo, per spiegare: il "quando" iniziale fa concettualmente (tempo, momento) da contrappeso alle "ore future" (tempo, momento appunto anch'esso) e racchiude tutta la mini-sinfonia dei 2 versi in un solido arco semantico; ma non solo semantico, perché "quando" suona quasi gerundio, e in esso si può sentire in fondo anche un andare-andando, anzi direi che prefigura nei suoni la danza ("danzeran"-danzando) del verso successivo. E poi, ecco la magia dei suoni: "vaghe" è quasi in rima con "lusinghe" (oltre che per il -ghe finale anche per la somiglianza tra la V e la L in quanto suoni liquidi e veloci, impalpabili, leggeri: e notare la mimesi fonica con la danza delle ore e le loro lusinghe!). Proseguiamo con un enjambement: ed ecco che "innanzi" torna quasi in rima nel verso successivo in "danzeran" (-anz; e notare qua la Z sonora, che scorre e fruscia in mimesi al suono delle ore, della loro danza come odalische vestite di veli o comunque ragazze con panni leggeri e sfruscianti). Infine un'altra quasi-rima: tra "ore" e "future", in chiusa di distico (che non chiude, anzi prosegue, ma diciamo che l'esplosione di chiarezza musicale si attenua e torna a toni più lugubri e quindi a suoni più cupi e aspri). Ecco, insomma, come leggo e mi resta nell'orecchio la musica della poesia. Ovvio che la musica non è tutto, nella poesia: c'è il significato. Ma fa una parte importantissima. E' come questi versi di Giacomino (A Silvia): "mirava il ciel sereno, / le vie dorate e gli orti, / e quinci il mar da lungi, e quindi il monte" - mai sentite parole più semplici e 'descrittive' di queste, ma sono una scoperta per il cuore a ogni sguardo, segui il gesto di Giacomo che spande lo sguardo per la sua Recanati, si volta a destra e a sinistra e abbraccia la Natura del suo paese con un amore che vorrebbe stringere intorno a Silvia. Ma forse non sarebbe bastato: né il gesto, né la ragazza stessa. Come in quella pagina di Proust dove dice di sentir un luogo come un tutt'uno con la bellezza umana femminile che desidererebbe vi sorgesse e lo abitasse, perché il suo è come una specie di slancio in una fusione mistica dove l'uomo è creatura che appare in tutta la sua pienezza divina-naturale.

Postato da: situo a 18:36 | link | commenti |

giovedì, 24 agosto 2006
L'unica volta che Gesù ha scritto.

1 Gesù andò al monte degli Ulivi. 2 All'alba tornò nel tempio, e tutto il popolo andò da lui; ed egli, sedutosi, li istruiva.
3 Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna còlta in adulterio; e, fattala stare in mezzo, 4 gli dissero: «Maestro, questa donna è stata còlta in flagrante adulterio. 5 Or Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare tali donne; tu che ne dici?» 6 Dicevano questo per metterlo alla prova, per poterlo accusare. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere con il dito in terra. 7 E, siccome continuavano a interrogarlo, egli, alzato il capo, disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». 8 E, chinatosi di nuovo, scriveva in terra. 9 Essi, udito ciò, e accusati dalla loro coscienza, uscirono a uno a uno, cominciando dai più vecchi fino agli ultimi; e Gesù fu lasciato solo con la donna che stava là in mezzo. 10 Gesù, alzatosi e non vedendo altri che la donna, le disse: «Donna, dove sono quei tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?» 11 Ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neppure io ti condanno; va' e non peccare più».

Giovanni, 3:17.

*

Questo è l'unico momento (e l'unico a parlarne e Giovanni, non a caso: il più simbolistico dei 4 evangelisti canonici!) in cui Gesù scrive; e per la precisione: SI CHINA, E SCRIVE, IN TERRA. Perché? Perché il cuore del suo messaggio è l'OPERA, azione concreta prima ancora che predicazione/parola; la quale è comunque sempre parlata, è oralità e MAI scrittura (se non, ma in senso metaforico e figurato ossia come impressione interiore, scrittura immediata, direttamente nell'intimo della VITA delle persone che INCONTRA). Dunque, in questo episodio, in cui come in tutti gli altri Gesù compie un gesto umano e simbolico insieme, gli SCRIBI e i farisei vogliono coglierlo in fallo poprio sulla Sacra Scrittura (Gesù commenta, anzi CORREGGE sempre la Bibbia con la Bibbia stessa: perché la scrittura altrimenti diventa lettera morta, per morti, e porta appunto morte): Gesù cosa fa in questo caso? Primo: non giudica, perché chi può giudicare? Non un uomo, un peccatore come chiunque. Quindi nessuno. Ma neanche lui stesso, che è Dio (sia letteralmente per chi ci crede, sia simbolicamente per chi legge lo spirito e non la sola lettera delle Scritture): neanche Dio giudica. Guardate cosa FA Gesù. Lascia che la Scrittura si disperda in terra tra i giudizi degli scribi, e porta al cielo in un solo gesto di non condanna: NON C'E' ALCUNA CONDANNA DI DIO! Non peccare più, è l'unico ammonimento! Vai, sei LIBERO!!! Libero di comprenderti, di capire te come ed in chiunque altro. Senza giudicare e cercando di non commettere peccato. Gesù smobilita continuamente la sacralità delle scritture, distrugge la lettera di una confessione religiosa (abbatte il tempio) per rifondarlo nella propria persona, esistenza e vita: direttamente, concretamente, senza mediazioni e assolutizzazioni micidiali. Se avesse voluto scrivere, l'avrebbe fatto. Invece ha vissuto, ed è morto. Fine. Fondare la propria fede religiosa sul racconto di qualcuno che non ha mai scritto, è fuorviante. Come credere a Gesù, se Gesù è la VITA e non la Scrittura di essa? Occorre che essa muoia, così come egli nel racconto muore. Perché Dio sia umano, deve morire quale Dio.

Postato da: situo a 20:29 | link | commenti (3) |

mercoledì, 23 agosto 2006
Tiro con l'arca

Allora: settimana scorsa son tornato 7 giorni a Terra d'Incanto in Lunigiana con amici, e mi si eran riequilibrate le percezioni e lo spirito (è bastata 1/2 ora qui per rimandarmi tutto a puttane), anche grazie al fatto d'aver provato a tirar con l'arco e scoperto che mi garba mica poco. Così, l'altro ieri ne ho preso uno. E son stato a tirare all'argine dietro casa mia. Avevo perso una freccia: ho detto "la ritroverò domani". Oggi torno lì, e a un certo punto provo la gittata dell'arco con un tiro a 45° verso il cielo: la freccia vola per circa 100 mt. e poi cade tra l'erba e le zolle. M'avvio per recuperarla ma non la vedo: butto un occhio indietro al posto da dove ho tirato e, a spanne, dico "dovrebbe esser più o meno qua". Mi guardo intorno, e difatti era tre passi di lato rispetto alla direzione centrale su cui mi ero mosso: ma esattamente alla distanza che avevo "calcolato" a occhio. Poi torno indietro. Intanto guardo per terra se trovo l'altra (che avevo cercato per oltre 1/4 d'ora ieri, ma solo nei pressi del bersaglio e senza risultato), e la vedo: un bel po' distante da dove l'avevo immaginata. Però insomma c'è: la recupero, e torno a tirare. Anzi, mi sposto più in là e mi metto di traverso: con l'argine a fare da paracolpi a vuoto. Scocco le mie 10 frecce e, quando vado per estrarle dal paglione casalingo che uso come bersaglio, a una manca la cocca (di plastica, che in effetti mi sembrava un po' fragile). "Pazienza", dico: la tiro lo stesso, e mi prendo anche una stecca al braccio con la corda. In un altro recupero, mi accorgo che manca la cocca a un'altra freccia. Le cerco là nei pressi ma niente. L'arco costa 60 Euro. Ogni freccia poco meno di 3. In tutto ho speso 95 Euro e 50 centesimi. 6 son già andati.

Postato da: situo a 19:08 | link | commenti (1) |

Ho conosciuto chi ha conosciuto...

... Una persona che scriveva quasi (quasisilenziabisso) come te.
Una persona che apprezza-coltiva questo modo di dirsi/darsi.
Questo modo di essere e fare, questo percorso esistenziale.

Quella persona non si sa spiegare, perché resta poesia pura.
Si disperde in espressione, invece di comprendere-dialogare.
Opposizione e squarcio reiterato tra sentire/consapevolezza.

Io non sono chi tale persona ha conosciuto, perché è morto.
Quella persona l'ha ucciso, con anni di silenzio e di violenza.
Conoscere è parola di biblica portata-risonanza umaneterna.

Colui che ha conosciuto tale persona mi ha chiesto di capire.
Comprendere perché e che cosa sia avvenuto tra loro allora.
Comprendere per poter aver pace, che pure ai morti spetta.

Postato da: situo a 00:48 | link | commenti (1) |

Chi l'avrebbe mai detto?!

Ho il terrore delle prime. Ho sempre l'impressione che il film sia stato uno sbaglio e che non avrei mai dovuto girarlo.

C. Chaplin

Postato da: situo a 00:35 | link | commenti (1) |

martedì, 22 agosto 2006
Luce da luce

Bisogna che i tuoi occhi si rendano simili all'oggetto da vedere, e gli siano pari, perché solo così potranno fermarsi a contemplarlo. Mai un occhio vedrà il Sole senza essere divenuto simile al Sole, né un'anima contemplerà la bellezza senza essere divenuta bella.

Plotino - Enneadi I, 6

Postato da: situo a 22:46 | link | commenti |

"Penso venga da Dio."

Giudice: E chi l’ha riconosciuto come poeta? Chi l’ha annoverato tra i poeti?
Brodskij: Nessuno. E chi m’ha annoverato tra gli esponenti del genere umano?
Giudice: Ha studiato per prepararsi?
Brodskij: A cosa?
Giudice: A fare il poeta? Ha cercato di diplomarsi in una scuola, dove ci si prepara… dove si impara…
Brodskij: Non credo che venga dall’istruzione.
Giudice: E da cosa, allora?
Brodskij: Penso che… (perplesso)… venga da Dio.

18 febbraio 1964, tribunale distrettuale di Dzerzinskij. Iosif Brodskij è interrogato per rispondere dell’accusa di “parassitismo doloso”: non ha cioè un lavoro riconosciuto, il che viola la legge sovietica.
Dopo l'interrogatorio, Brodskij viene rinchiuso nel manicomio del carcere “le Croci” per stabilire se sia “sano”.
Trattamento: iniezioni di zolfo per rendere atroce ogni movimento.
E poi la “busta fredda umida”, che consisteva invece in questo: gli infermieri avvolgevano Brodskij in un lenzuolo e lo immergevano in un bagno gelido Ancora avvolto nel lenzuolo, lo sbattevano vicino al riscaldamento: asciugandosi, il lenzuolo strappava via la pelle.
Il compagno di cella di Brodskij si suicidò tagliandosi le vene.

Su questo, vedi il poema Gorbunov e Gorgakov.


(f
onte: S. VOLKOV, San Pietroburgo, Mondatori).

*

Questo post completa quello di poco precedente: Principi (lungimiranza).

Postato da: situo a 22:25 | link | commenti |

Incomunicanza

Non mi farò illudere nemmeno dalla lingua
natia, dal suo latteo appello.
Per me è indifferente in quale lingua
non essere capita dal primo incontrato!

M. Cvetaeva

Postato da: situo a 22:12 | link | commenti |

Mira nella Commedia

Ma s'io fosse fuggito inver' la Mira,
quando fu' sovragiunto ad Oriaco,
ancor sarei di là dove si spira.

Dante - Purgatorio V, 79-81

(Lapide sulla facciata di una villa - abbandonata - in centro a Oriago...)

Postato da: situo a 22:11 | link | commenti |

Etica vs estetica?

Allora, oggi al lavoro una collega che ho di fronte un bel po' di ore ogni giorno con mia grande soddisfazione quantomeno estetica - è bellissima: bionda con gi occhi blu e un fisico da modella, pare la Madonna anche se non ispira certo castità, al contrario! - si è espressa, con un rancore di cui non conosco le radici, in questi termini (vi riassumo in una sola frase una serie di "pensieri" il cui tenore medio è il medesimo) in merito ai cosiddetti extracomunitari (che in realtà sono più in comunità di noi comunitari, quelli che naturalmente non prendono la strada senza uscita della criminalità, come del resto può capitare a qualsiasi persona di qualunque paese): "Morissero nel viaggio è meglio!". Preciso inoltre che lavoriamo in una Cooperativa Sociale assunta dal Servizio Sanitario Nazionale: ci occupiamo in particolare delle prenotazioni telefoniche delle visite e degli esami e, questa collega, dello sportello accettazioni del laboratorio analisi del sangue.

Io non dico che etica sia estetica, che vi sia una corrispondenza netta e univoca tra le due, però è assodato che la bellezza tende a ispirare sentimenti di bontà: ma allora com'è possibile che una creatura tanto splendida covi e riversi all'esterno un tale odio? Che razza di degenerazione è mai questa, che schizofrenia, che dissociazione psichica?

Se vengono per lavorare, rubano il lavoro agli italiani; se vengono senza lavoro, tocca agli italiani pagargli tutto! In definitiva: devono restarsene a casa loro. Affrontano viaggi spesso mortali, appunto, e non ci si chiede perché si espongano a simili rischi? Si dà un giudizio generalista e sommario: benzina sugli extracomunitari! E via, risolto. A Padova, in via Anelli, hanno eretto un muro dopo ch'è crollato quello di Berlino. E oggi la giunta è di sinistra (prima era di destra, ma ha fatto il tram nuovo: anzi i binari belli).

Ritengo sia giusto, che si affrontino i problemi in loco: ovvero, ma con intenti del tutto opposti (sia ben chiaro!) in parte "hanno ragione" i fascio-leghisti. Però i cosiddetti "paesi ricchi" dovrebbero almeno aiutare quelli "in via di sviluppo" appunto a svilupparsi. Ma non secondo un modello unico, ma anzi basandosi sulle risorse peculiari!

Devo dire che una simile bordata di malessere era davvero molto che non la ricevevo...

Postato da: situo a 16:44 | link | commenti (2) |

mercoledì, 16 agosto 2006
"Fare, conoscere, giudicare"

Personalmente, i problemi che mi interessano di più quando leggo una poesia sono due. Il primo è di ordine tecnico: "Eccomi davanti a un congegno verbale. Come funziona?". Il secondo è, nella sua accezione più ampia, morale: "Che tipo d'uomo abita questo testo poetico? Qual è la sua nozione della buona vita, del posto buono? Quale la sua nozione del cattivo? Che cosa nasconde al lettore? Che cosa a se stesso?".

W. H. Auden - "La mano del tintore"

Postato da: situo a 22:24 | link | commenti (8) |

Davvero?

[...]
E' esistito davvero tutto questo? E se sì, c'è bisogno
di perturbare la quiete di quelle cose antiche,
di tormentarsi coi dettagli, vagliando mica a mica,
imitando - sovente con successo - quel mondo in sogno?
Risorge solo chi crede: negli angeli, nelle radici (bosco):
[...]

J. Brodskij - "Poesie"

Postato da: situo a 21:36 | link | commenti |

martedì, 15 agosto 2006
Principi (lungimiranza)

«Giudice: Qual è la tua professione?»
«Brodskij: Traduttore e poeta.»
«Giudice: Chi ti ha riconosciuto come poeta? Chi ti ha arruolato nei ranghi dei poeti?»
«Brodskij: Nessuno. Chi mi ha arruolato nei ranghi del genere umano?»

 

(Atti del processo del 1964 a seguito del quale il futuro Premio Nobel per la Letteratura 1987 veniva condannato a 5 anni di lavori forzati con l'accusa di "parassitismo".)

Postato da: situo a 23:23 | link | commenti (1) |

Primato poesia

C'è voluta la grande mente di Max Planck - premiato con il Nobel per la Fisica nel 1918 per aver formulato la teoria dei quanti - per profetizzare che la scienza stava procedendo "verso un fine che l'intuizione poetica poteva cogliere, ma che l'intelletto non avrebbe mai potuto comprendere a pieno" (Planck 1936, p.83).

A. Schwarz - "Cabbalà e Alchimia"

Postato da: situo a 11:54 | link | commenti |

sabato, 05 agosto 2006
Educazione (anodina – catodica)

Perché i bambini sono così soli, 
fermi agli
schermi dei televisori
che li rapiscono dal ‘mondo vero’,
in cui non trovano interlocutori?

Nessuno gli racconta più le storie:
non ci si resta insieme, in quel calore
che viene dallo scambio di visioni.
Balie meccaniche per figli-automi.

 

Postato da: situo a 10:05 | link | commenti (3) |

giovedì, 03 agosto 2006
Vero?

Di quelle storie vere che i giornali e le televisioni ogni giorno raccontano so che bisogna diffidare perché i falsari sono dappertutto, anche dentro di noi, anche dentro i più veri poeti. E si possono costruire mostri spaventosi similveri, terrificanti, inesistenti. Di fronte ai quali il lupo è un tenero agnello destinato a morte per amore del vero.

G. Scabia - "Il tremito"

Postato da: situo a 18:13 | link | commenti |

martedì, 01 agosto 2006
Nostra specialità

Lo specialista è colui che non fa mai piccoli sbagli mentre procede verso un grande errore.

Marshall McLuhan - "Gli strumenti del comunicare: mass media e società moderna" (1964)

Postato da: situo a 22:02 | link | commenti |