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Nome: ness 1
NARRAMI, O MUSA,
L'UOMO DI SAPIENZE
CHE TANTO ERRO'
POI CHE ABBATTE' I BASTIONI
SACRI DI TROIA,
CHE DI MOLTE GENTI
VIDE E CONOBBE
LE CITTA' E LA MENTE,
E CHE TANTI DOLORI
DENTRO IL CUORE
SUL MARE SOPPORTO',
NEL CONQUISTARE
PER SE' E COMPAGNI
LA VITA E IL RITORNO.
OMERO - "ODISSEA"
(mia versione)
Narrami, o Musa, l'uomo di sapienze
che tanto errò poi che abbatté i bastioni
sacri di Troia, che di molte genti
vide e conobbe le città e la mente,
e che tanti dolori dentro il cuore
sul mare sopportò, nel conquistare
per sé e compagni la vita e il ritorno.
OMERO - "ODISSEA"
(mia versione)
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situo in Vita Nova
situo in Vita Nova
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IOLE: deriva dal greco |jon| e significa ''violetto''. L'onomastico viene tradizionalmente festeggiato il -17 gennaio-, in ricordo della bema Jolanda vergine e martire figlia del re inglese Bela IV.
Iolanda: il nome deriva dall'antico francese Joland e significa ''color della viola''; si alterna con Violante. L'onomastico in alcune località viene festeggiato il -6 maggio- in onore della beata Jolandis, monaca portoghese dell'ordine Cistercense.
"da questo momento in poi tu per me non esisti più" - 26 aprile 2005, ore 11:08 - Iole T.
Probabilmente mai esistito - neanche prima, neanche durante: neanche adesso. E per sempre.
[da una mail di oggi]
No, se non è già evidente finora: non sono per niente felice, come vedi anche dal fatto che scrivo una mail di domenica sera, invece di andare a "divertirmi".
Sono molto triste, e solo: infinitamente solo. Disperato, mortalmente disperato a volte. E quei momenti in cui la gioia appare in me, ecco non ho nessuno con cui condividerla per intero. Migliaia di frammenti crollano, come se il sole si schiantasse e cadendo mi tagliasse perdendo sangue e senso, lasciandomi vivo a sentirmi morire.
Il mio dolore, è oltre le parole - così il mio bene. Forse è per questo che suono: perché là sono - mentre qua a volte il male è difficilmente sopportabile, per lo spreco infinito di felicità e della vita; tutto l'amore che crea armonia nell'universo si sfalda: diventa polvere e dolore, strazio dell'anima. E nessuno che ti possa aiutare. Non c'è nessuno, neanche 'io'. Resta solo il vuoto, pieno di male: e un pianto muto senza uscita, il bisogno imploso di abbracciarsi al calore di chi ti accolga intero.
(Perdona il tono confessivo, perdona soprattutto il momento così buio: tu mi hai chiesto, eccomi - anche se qua non mi esaurisco certo; c'è anzi un bene di luce che mi piacerebbe farti arrivare... Perdona anche quest'aria mendichevole: a volte si chiede proprio per poter invece dare. E infine perdona se tutto questo porta confusione nella tua vita, cosa che non voglio certo fare - ché anzi vorrei cercare di rispettarti per quanto possibile: mi hai detto "Sono occupata.", ma ne sei felice? Anche questa è una domanda piuttosto intima: naturalmente non vuole invadere, ma condividere. Te lo già detto, ma te lo ricordo: se vuoi parlarmi di te, sarei felice di poterti conoscere meglio...)
[Da una mail di oggi...]
Ciao a tutti i poeti dell'esilio! Intanto vi dico che questi incontri sono una manna: mi fanno bene...
Quindi, mi scuso per la "fuga" che ho dovuto fare prima della fine dell'ultimo incontro con ospite la Gaia; cui prego Anna di girare il mio personale apprezzamento e, appunto, le scuse per esser dovuto andar via così all'improvviso e senza aver potuto approfondire il discorso musica-poesia che sento, mi coinvolge e appassiona veramente moltissimo (troppe cose da dire e poco tempo).
Anzi, è proprio per questo - soprattutto - che scrivo questa mail ora: alcuni spunti per parlarne...
Dunque: per chiarezza devo premettere che ho iniziato a suonare (la chitarra) prima di iniziare a fare versi (poesia?) - forse suono da prima di parlare, magari pure da prima ancora di nascere... Va beh, non sbordiamo troppo. Devo anche precisare che suonare "equivale" a comporre versi ma le due attività per me non sono intersecabili: l'una esclude l'altra. La musica si dà così o cosà, ma mai insieme. Se suono, è sufficiente. Se scrivo, è sufficiente. Anche se ultimamente avverto la necessità di integrare i vari linguaggi, anzi io preferisco parlare di livelli di uno stesso linguaggio...
Detto questo, gli stimoli della serata di venerdì scorso per me erano tantissimi e importantissimi e ne devo in qualche modo render conto, prima di tutto a me stesso e di conseguenza anche a voi.
Ecco, allora la prima considerazione è questa: girando in libreria tempo fa trovai un libro di versi di un autore a me sconosciuto e non meglio identificabile nella scena poetica canonica attuale; e non ne ricordo il nome ma non è importante dato che ciò che mi colpì fu il titolo, che parlava di "fànfole" definendole - nella nota d'autore - quei suoni cui ci abbandoniamo e a cui soltanto poi andiamo ad attribuire dei significati. Quindi questo autore sperimentava direttamente alla fonte: è da questo magma sonoro indefinito che emergono quelli che poi riconosciamo e usiamo: parole, frasi, discorsi, racconti, poemi, romanzi etc. Su questa pre-significanza dei suoni rispetto a ogni significato, sono anni che medito per mio conto... Ora delirerò un po', ma cercate di seguirmi: i suoni sono l'origine, e su determinate sequenze di essi andiamo poi a depositare via via tutta la nostra storia, sia generazionale sia personale, in termini di significati su cui i suoni si stabilizzano: ecco le parole dei vocabolari, di contro all'uso vivo della lingua che non "sta" in alcun dizionario semplicemente perché "va", è in corso perenne di mutazione e rinnovamento, è in processo, vive con (attraverso di) noi... E qua bisogna che faccia una parentesi sulla relazione tra luogo e lògos; ve la illustro con un esempio molto concreto: quest'estate facemmo lavori in casa e ci ospitarono parenti in campagna per qualche tempo, e qua mi resi conto di come il dialetto parlato lì, ricco di vocali e semivocali a scapito di consonanti, derivasse dal doversi intendere a distanza nei campi, quindi alzando il volume della voce e perdendo in definizione consonantica per esaltare invece le armoniche vocaliche... Bene, questo è solo un esempio ma il senso è che la sonorità d'una lingua dipende strettamente dalla situazione, dal luogo, e dalla vita che gli uomini vi conducono. Parlare è, dunque - in senso molto radicale, primordiale, essenziale e sostanziale -: abitare, interagire col mondo e gli altri in modo diretto, com-unicare ovvero connettersi al tessuto della realtà o natura. (Poi ci sarebbe da vedere che tipo di linguaggio, che tipo di degrado linguistico - quindi psichico e cioè dell'anima - manifesta l'uomo in un ambiente deturpato, in una società snaturata etc...). E torniamo alla lingua in senso stretto: dal momento che questi "depositi emotivi" che sono i suoni, in cui appunto si va a fissare il ricordo di esperienze e vissuti di vari livelli (ripetendo tali suoni in concomitanza con determinati significati: e siamo sempre nella sfera dell'oralità, dato che poi c'è il passaggio alla scrittura ovvero a un altro supporto, cioè al segno e non più al suono seppure ne conserva appunto a sua volta il ricordo), se dal momento in cui ci imbattiamo in una esperienza nuova non ci bastano le vecchie parole e i vecchi discorsi e abbiamo bisogno di riorganizzare il discorso e con esso il mondo e noi stessi in rapporto ad esso (e anche i singoli vocaboli, che dal o meglio nel contesto assumono sensi diversi e vengono "risemantizzati", ridefiniti nel loro senso), ecco che la poesia è proprio l'espressione più avanzata di questo processo fontale di creazione: la poesia riporta la lingua allo stato primigenio, primordiale, anzi forse è più giusto dire che lascia riemergere l'origine (e quindi il fine!) del linguaggio e il suo senso (non i significati determinati, ma proprio il suo processo di funzionamento originario, e originale: l'irriducibile libertà, personalità e universalità insieme). Dunque: la poesia quale balbettio del futuro... Pro-fezia, in tal senso. E non c'è profeta che non richiami alle fonti, anzi alla fonte: all'origine di tutto. Mi vengono in mente le considerazioni di Brodskij circa l'accelerazione del linguaggio poetico: calibrando meglio la cosa, direi piuttosto che si tratta di espansione delle percezioni delle connessioni, delle relazioni. La più grande scoperta di Einstein non è che tutto è relativo, ma che tutto è in relazione con tutto: che anche la più piccola e insignificante cosa dipende da tutto il resto. Stessa cosa ci dice la poesia. E' la forma che più ci ricorda l'in-forme ma non in quanto disordine quanto piuttosto come Caos del dischiudimento in senso greco (vedi Esiodo e la "Teogonia"), con-fusione della scaturigine... E cos'è tale Caos? Musica. Suoni, suono: vibrazione. Il suono stra fra la materia e la luce: ponte mirabile tra cielo e terra. Perché anche la materia è energia che vibra a un diverso livello: è lenta, mentre la luce è velocissima. Ma sempre di movimento si tratta. Un albero è una lenta esplosione di un seme, diceva il
designer Bruno Munari. Così il musicista sperimentale John Cage disse che sentiremo davvero la musica della vita quando sparirà La Musica (finiranno le categorizzazioni)... E a me vien da dire che vivremo la poesia, l'arte in generale, quando cesserà di esser un fatto tra gli altri o classificato come tale, per diventar la pura realtà in atto di qualsiasi essere consapevole.
E adesso alcune considerazioni circa la funzione ritmica. Il primo suono non è nemmeno tonale: è ritmo, puro battito. Nella lingua - viva, cioè parlata e quindi orale/gestuale - esistono inflessioni e cadenze tonali che determinano il senso di ciò che viene detto. Questo fa parte della voce. Ne fa parte molto altro: tutto il corpo ovvero la sua storia, che è poi la nostra anima. Quindi non è mai un'astrazione, questa lingua che poi passiamo a fissare su un supporto che non può reggere tutte le informazioni che solo la realtà immediata porta in sé e riesce a comunicare (a chi è ricettivo), e cioè la scrittura. Il punto, allora, è proprio questo: scrivere in senso stretto, allontana dalla realtà. E provo a spiegarmi: tutta la cultura occidentale va nella direzione di una progressiva astrazione, smaterializzazione e de-fisicizzazione della vita, fino al parossismo di oggi che cerca di recuperar il corpo/anima ma "da fuori", dall'esterno ovvero attraverso mezzi (tecniche) e non "da dentro" e quindi in sé, direttamente ossia eliminando le mediazioni (razionalizzazioni) e vivendo l'immediato. Ora, tornando al filo del discorso (che avevamo lasciato momentaneamente in sospeso), ci sono "forme" (l'arte non è altro) che appunto riportano all'in-forme nel senso visto prima, ossia oltre le forme canonizzate e ormai incapaci di contenere la vita che si rinnova sempre (lo slittamento dei significati nei significanti, di cui Zanzotto è magistrale interprete, per esempio). La scrittura porta fuori rotta la poesia, a mio sentire: perché appunto non c'è più richiamo alla musica ma fissazione su supporto che anzi prescinde dai suoni, dal movimento, e dal corpo inteso quale storia-psiche. Il solo modo per ridar vita agli scritti, è proprio viverli... E qua si entra nel cuore di tutti i discorsi. Faccio un esempio per chiarire, la prendo un po' da distante ma poi cercherò di mettere a fuoco: in teatro, per esempio, esiste una modalità espressiva che consiste nel dire una cosa ma con un "sottotesto" che dice l'esatto contrario. Per esempio: l'attore pronuncia parole d'elogio ma gli dà il tono del sarcasmo o dell'ironia, oppure usa dei suoni inventati mantenendo l'intenzione (meglio: l'emozione) di ciò che sta comunicando; grossomodo quel che fa Dario Fo col suo "gramelot"... Ecco, il centro della questione è dunque questo: non sono le parole in sé ad avere dei significati, ma tali significati emergono appunto esclusivamente a partire dalle azioni che tali parole portano, accompagnano, o da cui scaturiscono. Un altro esempio: se Berlusconi dice "comunista", non è la stessa cosa che dice per esempio Bertinotti. Insomma: ci sono due livelli nella lingua, uno sta in superficie ed è il segno (anche fonico, ovvero anche proprio il suono della parola pronunciata) e l'altro sta in profondità ed è il senso. Quest'ultimo, però, non si chiude nella mera sfera linguistica: ciò che l'uomo fa, determina il senso delle sue parole... Detto altrimenti: bisogna pesare quel che uno dice con quel che uno è, fare la tara tra le parole e chi le dice. Quindi, in definitiva: è la vita il solo vero discrimine linguistico, ovvero significativo in senso ampio ma anche ristretto. E' la vita a dire davvero cosa significa tutto ciò che un uomo fa. Per questo, i segni sono solo mezzi (veicoli) che ci danno indicazioni per riportarci al solo vero soggetto/oggetto (relazione) e cioè l'esistenza.
In conlusione, o riapertura e rilancio (è lo stesso): credo che l'arte, la poesia e la musica in modo particolare, additino a possibilità di vita al di là della miseria cui ci confiniamo (noi occidentali, in particolare). Il musicista tedesco Schoenberg diceva che la musica è meravigliosa perché si può dire tutto in modo che chi già sa comprende tutto, pur mantenendo i propri segreti. Il linguaggio primo è dunque preverbale, presignificante ma nel senso che non si chiude nei significati storici e determinati una volta per sempre. Il poeta romano Magrelli dice che le poesie sono meccanismi di significato che si ricaricano ad ogni lettura... In realtà, qualunque "cosa" può funzionare in tal senso: per chi è predisposto a riflettercisi. Però ci son "forme" la cui apertura consente maggiore libertà di lettura e ci interroga più da vicino, più direttamente; perché cos'altro fa l'arte se non una domanda molto semplice e diretta: chi sei, anzi chi siamo? Ovvero: cosa fai per essere autentico?
Ora, si dà il caso che abbia conosciuto persone la cui poesia era dissociata dalla loro vita: ossia sembrava che la poesia mostrasse quel che in loro c'era in potenza ma rimaneva inerte nella vita di tutti i giorni. Questo accade quasi sempre, in tutti noi. Ma se abbiamo fiducia nella poesia, ci possiamo ritrovare in essa e, dunque, anche viverci in quanto esseri autentici e consapevoli. Chi però non ha fede, non acconsente a sé in quanto sconosciuto, non si fida del proprio Altro (Dio) e gli dà ascolto e prova a percorrere la strada che gli indica, queste persone sono le più infelici: perché sanno chi sono e possono diventare, ma non voglion credere che sia possibile e crollano. Ho avuto modo di constatare, a mie spese, che non c'è modo di infondere in nessuno quello che solo da sé e in sé si può arrivare a trovare: possiamo mostrare questa possibilità vivendola noi, e ciò non è però garanzia che le persone che amiamo e che vorremmo aiutare a vivere prendano il loro potenziale umano portandolo a compimento. Spesso la paura vince ogni vita, ogni richiamo. La paura aggredisce e distrugge ogni cosa. Anche se stessi. Quindi, non disperiamo ma neanche illudiamoci che si possa condurre qualcuno a se stesso col mostrargli le potenzialità che ci sono: anzi, proprio scostandolo dalla propria tenebra verremo accusati di traviarlo e costringerlo a non essere se stesso; naturalmente quel se stesso che conosce e odia ma in cui ha la sicurezza di sé...
Ho passato periodi in cui "non c'ero", tutto svaniva ed io per primo... Possiamo vivere in silenzio, fare a meno delle parole, ma c'è qualcosa che ci vive e fa vibrare per quanto distrutti si sia: ed è la musica. Non c'è vita, senza questa vibrazione minima. Ci sono molti altri livelli di vibrazione: è la materia, che ad alcuni comunica di più; per altri è la luce, o i suoni etc. Ma c'è sempre motivo: qualsiasi sia il motivo, anche prossimi alla fine sappiamo in che ritmo siamo e in quale cofluiremo. Questa sorta di armonia universale a volte si manifesta così intensamente che non bastano forme a contenerla, perché appunto è incontenibile: a volte è solo lo scambio personale e diretto a fare da "contenitore", e i soli testimoni dell'evento (della vita) sono proprio le persone che lo vivono e condividono, chi è in comunicazione o meglio in comunione. Non c'è modo di comunicarlo oltre questo contatto diretto, immediato. I medium-mezzi siamo noi stessi: lo scambio è la vera realtà. Tutto questo ha a che fare col miracolo, non inteso come sovrannaturalità ma come superamento dei limiti individuali ossia mentali. Un artista è un tramite di libertà, a volte suo malgrado. Martire, spesso, di una realtà che i più si nascondo e fingono di non vedere né possedere, in guerra con i loro stessi istinti vitali e quindi con quelli di chiunque altro glieli mostri, glieli ricordi e porti in vita. (C'è anche un modo più inerte di sviversi e sminuire: l'applauso, la delega dell'esistenza ad altri...)
Beh, come vedete per me non esiste l'arte in quanto tale: per sé stessa, confinata entro le cornici in cui la schizofrenia della canonizzazione occidentale relega le manifestazioni dirette della vita. E' sempre un segno, che indica la realtà - inesauribilmente... E' un'etica, l'estetica: un essere, vivere. Se tu vivi contro te stesso e le tue parole autentiche ovvero la vibrazione fondamentale della vita, sarai solo l'eco di te stesso e l'ombra della tua vera esistenza: potrai solo lottare e dibatterti, solo. (Ovvio che tutto questo vale anche per me, e mi tormenta comprendendolo ma non vivendolo... Ed è solo questo, il male occidentale: sappiamo tutto, ma non lo pratichiamo - è un mero sapere teorico: non vissuto, non poetico! Sappiamo tutto con l'intelletto, ma non lo viviamo nel cuore...)
Basta, credo d'aver superato ampiamente lo spazio concesso (ho sempre tale remora). Grazie, e buona domenica a tutti (nonostante il pessimo tempo io sarò a Venezia a suonare per i campi...)!
*
NATO
Detonazione
è l'esatto contrario
d'intonazione.