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Nome: ness 1
NARRAMI, O MUSA,
L'UOMO DI SAPIENZE
CHE TANTO ERRO'
POI CHE ABBATTE' I BASTIONI
SACRI DI TROIA,
CHE DI MOLTE GENTI
VIDE E CONOBBE
LE CITTA' E LA MENTE,
E CHE TANTI DOLORI
DENTRO IL CUORE
SUL MARE SOPPORTO',
NEL CONQUISTARE
PER SE' E COMPAGNI
LA VITA E IL RITORNO.
OMERO - "ODISSEA"
(mia versione)
Narrami, o Musa, l'uomo di sapienze
che tanto errò poi che abbatté i bastioni
sacri di Troia, che di molte genti
vide e conobbe le città e la mente,
e che tanti dolori dentro il cuore
sul mare sopportò, nel conquistare
per sé e compagni la vita e il ritorno.
OMERO - "ODISSEA"
(mia versione)
situo in "Facciamo fuori" Mer...
situo in Saviano: cultura, co...
situo in Sentenza storica: li...
situo in Vita Nova
situo in Vita Nova
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Insiste G, parlando delle cose che vado 'predicando' da un po' e che ho riscontrato anche nel film "Hero" (sempre quelle, anzi quelLA): scrivile! E dàgli con la scrittura - proprio non arriva, che "Il fine dell'uomo di spada è non aver più [bisogno del]la spada"?! L'ha appena ribadito anche questo gran film. E' quel che s'insegue da millenni. E quando si capirà a che fine tende tutta quest'iperproduzione brulicante di mezzi, spariranno infine tutti i cellulari, le automobili, i film, i libri e ogni ogni altrodiaframma comunicativo dell'immediato del vivere.
Platone, Lettera VII: "senza amici e compagni, impossibile realizzar niente"; "mi vergognavo enormemente di rivelarmi a me stesso uomo capace solo di parole, ma inconcludente sul piano pratico"; "Non esiste nessun mio scritto sull'argomento; né mai esisterà. Non si tratta assolutamente di una disciplina [mathémata=nozione] che sia lecito insegnare come le altre; solo dopo una lunga frequentazione [synousìas=con-essere] e con-vivenza [syzèn] col suo contenuto [pràgma=agire/pratica] essa si manifesta nell'anima"; "nessuno che sia assennato si arrischierà ad affidare i suoi pensieri a questo mezzo [debole linguaggio=lógon asthenés], soprattutto dal momento che ha la caratteristica, peculiare dello scritto, d'essere immobile."; "Ecco perché serietà vuole che delle cose serie non si scriva". Ecco Socrate, poi Gesù, etc. (Dante: l'amore-dio-vita è indicibile, e si può solo vivere e con-dividere: "ma per trattar del BEN ch'io vi trovai | dirò dell'ALTRE cose ch'io v'ho scorte"; e la Commedia collega tutti i linguaggi dell'epoca, per mostrare che dicono sempre una sola cosa che si può solo FARE).
Tornando a "Hero": la fotografia basterebbe da sola a dir tutto (se avete già visto "Dolls" di Takeshi Kitano - altro capolavoro: da metabolizzare nell'organismo - ci siete dentro); parlo della 'fotografia' per intender quello che tipo anche Van Gogh FA, mette-in-moto attraverso i suoi colori nelle piccole tele dove rispinge in movimento il mondo a mezzo ciò che ha in sè.
La storia è sempre quella del sacrificio (yin/yang, bene/male: la realtà come 'pasto', a nutrire altra vita: ricordate Gaddo, il figlio piccolo di Ugolino nella Commedia, che gli mostra come potrebbe uscire dall'inferno, offréndoglisi: "Padre, assai ci fia men doglia | se tu mangi di noi: tu ne vestisti | queste misere carni, e tu le spoglia". - Inferno, canto XXXIII, vv. 61-63): son in Oriente le Upanishad Vediche, da noi i vangeli di Cristo, fino a Matrix (per sottolineare la sostanziale idendità di messaggio sotto la diversa 'forma del dire': sempre la funzione Dante - solo che oggi Dante è impossibile: Babele, è la dispersione della comunicazione nei mezzi; per questo, serve oltrepassarli ma non bypassandoli: occorre un'azione-comune-radicale...).
Un re tra gli altri cerca di riunificare gli staterelli in un unico paese che chiamerà Cina, e lo fa uccidendo chi si oppone - ha guerrieri nemici, che vogliono ucciderlo per vendicare i propri paesi sottomessi, uno dei quali comprende il suo fine ("sotto un unico cielo") e gli fa salva la vita proprio quand'è riuscito ad arrivare a lui per ucciderlo aiutato dalla sua donna guerriera; poi, il più grande di questi guerrieri arriva a 10 passi dal re, grazie alla finzione delle sconfitte inferte agli altri suoi nemici ma, anche lui, non lo uccide e arriva a comprendere insieme al re la natura della 'guerra' intestina a quella che diventerà la Cina (la comprensione etica/estetica avviene nello scontro, in cui ci si vale anche delle forze del nemico: ergo, non esiste vincitore o vinto ché, anche chi vince, lo fa perché si 'allea' con le forze del nemico con cui combatte, e il vinto partecipa della vittoria del suo antagonista, che l'ha battuto anche con la sua forza); il re si commuove profondamente del fatto che quello che considera il suo peggior nemico è in realtà l'unico essere umano ad aver com-preso la sua azione (partecipandovi attivamente anche se in apparenza in modo passivo, col sacrificio) e, quando la comunità tutta pretende l'adempimento della legge (ci suona familiare, Gesù che muore in croce: "E' compiuto.") e la sua condanna a morte, il re deve acconsentire a questa richiesta per tener unita la comunità, la quale nel film è consapevole del 'gioco sacrificale', e dà onoranze funebri da re al nemico.
E' la logica del "capro espiatorio", di cui l'antropologo René Girad parla da anni: lui sostiene che il Cristianesimo (che per me non esiste: c'è il Cattolicesimo, e tutte le varie ortodossie) è la fine del punto di vista mitico della comunità vs. l'idolo/vittima, con lo smascheramento del "meccanismo vittimario" a favore dell'introiezione della guerra di fondo che anima l'esistenza (Leopardi, "Ginestra": c'è già il pessimismo cosmico, non aggraviamolo con quello storico!).
L'organizzazione autoorganica dell'equilibrio cosmico si manifesta in questo 'scontro-erotico' che, tipo, Eraclito chiamava pòlemos, Marx comunismo e lotta di classe, qualcuno Dio etc.; fattostà che nessuno ne è mai consapevole e, da sempre, si cerca di rivelarlo (così, la verità fa male - ma questo è: e di qui "il regno dei cieli" - in ciascuno di noi: non c'è 'cura' che non necessiti dell'introiezione del male per una salute migliore: ma ciò, è solo comunitariamente); ad esempio, il mito dei tragici Greci assumeva il punto di vista della comunità inconsapevole (cercando, così di rendersi consapevole), mentre per Girad i vangeli assumono quello della vittima - invece di fatto anch'essi vengono (perché scritti, disinnescati, delegati: e quindi non agiti) reimmessi nel circolo vizioso dell'inconsapevolezza; mentre tipo questo film mantiene il centro dell'attenzione su entrambi i poli, e mostra infine davvero senza occultamenti il centro (gli indiani d'america, per esempio, ringraziavano l'animale ucciso di cui si nutrivano: facevan corpo con lui, perché siamo fatti di tutto ciò che ci circonda e che ci nutre - ma ne siamo la parte che, divisa, deve morire a io per potersi sentire riunificata al tutto, di cui è 'scissura'...).
Altra cosa: in "Hero" l'innamorata guerriera, alleata al nemico del re che primo comprende il suo intento e gli salva la vita proprio all'ultimo istante, quando anche l'altro più forte poi non lo uccide non capisce perché e lo chiede all'innamorato, che può 'spiegaglielo' non a parole ma solo coi fatti - lei gli chiede di battersi perché lo considera nemico, avendo egli salvato il re, lui combatte difendendosi ma lei non capisce ed è costretto a 'sacrificare' la propria vita perché comprenda che è con lei, anche se le appare contro di lei; il punto è, che il femminile arriva alla comprensione attraverso la carne e solo facendosi carne di questa comprensione: tant'è che l'ultima scena (o tra le ultime, devo rivederlo: ecco qua l'iper-testualità dell'opera, attraversamento e superamento del mezzo...) è la donna che affonda anche nelle sue carni la spada con cui poco prima ha ucciso l'amato, ed è in questa 'morte' che comprende l'unione, "l'amor che move il sole e le altre stelle" (morte dell'io che, non attuata, porta a quella fisica).
Ecco alcuni spunti, soltanto spunti: ché la cosa è molto più semplice (e complessa) di così...
AUTeditORI: un salto oltre la micidiale logica binaria/esclusiva dell'aut - aut? Prima il fare, poi il capire: per individuar direzioni e far meglio.
Una scienza esperienziale, non teorica e antipoetica (antipratica, e quindi antipatica). Tanto tutto è senso quindi non parlo insensato. Se c'è una lingua nuova da fare, non è a parole.
E' nato prima l'uovo o la gallina? Intanto ci son da legger 10 libri che dicon qualcosa, poi stiamo discutendo animatamente (meglio l'anima ci sia, piuttosto che no o poco) come muoverci.
Grazie della segnalazione Giulio, 6 di parola (senza doppisensi, anche se un'etica del dare parola propria o altrui mi par mica da ridere).
Ok sto scrivendo come suono quindi a braccio e come viene, con quel che c'è dentro a premer x venir fuori. Auteditarsi è un po' come dire, x me, prendersi l'autorità e il rischio di agire attraverso la cultura ma senza i veicoli dati - esiste l'auto a benzina, non ci monopolizza: è l'autore che dialoga direttamente con la gente intorno (letture pubbliche incluse).
Dante che scrive all'Imperatore, il tu diretto dei latini. Non ho bevuto né fumato, tutta pazzia naturale. Se c'è un'uscita, io son la porta: m'attraverso.
Infinisco. Perché il discorso è tutto un altro. Ma tu vedi solo ciò che vuoi vedere. E continui a non capire. Ma soprattutto non vuoi star neanche a sentire se provo a parlare. Se presumi d'aver già capito. Forse è un non-problema, trattare con pura indifferenza ciò che invece chi propone dice ha valore capitale, vitale? Forse è un non-problema, cercar comunione e doversi schiantar invece sempre su sonnambuli? Forse non è già stato non-risposto, ovvero bypassato con indifferenza se va bene, e anzi osteggiato e non compreso, e quindi ancora archiviato, ciò che è fondamentale? Tu non mi dài retta: continui a dirmi 'fai da solo, come da solo ho fatto io'. Sveglia Robi: io dico facciamo insieme perché da soli si muore. Io di certo. E tutti, ma tanto dormono e manco se n'accorgono. E' un organismo, la vita: non squalismo, non competizione. Pure il sacrificio ha valore, ma solo se viene riconosciuto (ricordi la lettura del film "Hero" che mandai in mail?): tu sei vivo perché altri/altro ti dà la vita. Cammini su terra di morti e ti nutri di vita altrui. Tutto ciò è sacro. Tutto questo è religione: comunione. Gli aborigeni australiani lo sanno, e preferiscono estinguersi piuttosto che morire in quello che è rimasto come ultima ideologia totalitaria, negando la stessa realtà: il 'progresso'. La poesia è questo togliere convenzioni mentali: uscire da Matrix, e si fa insieme. La poesia è altro mondo ovvero altro modo di stare al mondo rispetto alle gabbie mentali e quindi proiettate al di fuori. E' visione, è passione (nel senso di Cristo: perché son già morti, son |soli| oltre questa realtà della mente, i creatori, in fusione con l'origine ossia la pura natura de-codificata, liberata dall'inferno in cui gli uomini la ccattivano). E' verità, la poesia: nel senso di autenticità e libertà - ma nella vita prima che nelle parole, e che poi quindi |finisce| in forme (ma morte, se non ci son altre vite in ascolto di sé come chi cerca d'entrar in comunione).
Quello dei Vangeli è una metafora, tutto è metafora e simbolo, |ogni linguaggio umano dice una sola cosa|: l'indicibile se ci si attiene alle forme; tutto e cioè la vita e la morte, se le si attraversa andando dentro di sé. Ma questo ha un prezzo elevatissimo. E necessario, per la specie. E oggi addirittura per il pianeta. Morire al mondo mentale condiviso. Essere quel che si va dicendo (la fine della 4a di copertina di "Sarà-jevo?" - che non è un prodotto finito come ancora v'ostinate a creder, ma un produrre infinito com'è tutto sempre). Dicevo i Vangeli: oggi si crede a ciò che altri hanno raccontato che uno abbia fatto e detto, mentre questi non ha mai scritto nulla se non appunto con la sua vita, il suo agire e parlare direttamente con le persone - ma allora c'è un paradosso, si crede a qualcuno il cui messaggio non è nelle parole scritte di chi racconta di lui ma appunto in ciò che tali parole riportano abbia fatto e detto. Qui c'è la chiave per uscire dal vuoto (nichilismo, lo chiamò Nietzsche 2 secoli fa) che si continua a inseguire, credendo di andar dietro alla vita che così invece continuamente si perde. Tutto il progresso tecnico è esteriore: l'uomo non è cresciuto, se non in individui soli che trovan queste tracce, ma le oltrepassano e portan oltre l'intera umanità in sé stessi. C'è bisogno che la scienza dimostri che un bambino sviluppa maggior intelligenza se cresce amato? Non è suicidante che ci si dìa come fine della vita lo sviluppo tecnico esterno, non il cuore dell'essere universale? L'arte è forma ma oltre la forma: è simbolo, comuione in tal senso. E' etica perché è estetica: ordine ma il cui valore è di dis-ordinare le forme morte. A ogni istante c'è big-bang e apocalisse (svelamento) insieme. L'arte porta oltre il dato umano e indica il processo-vita: ma se viene istituzionalizzata è finita. Vedi il dito e non la luna. Il cartello stradale e non la meta. La mappa e non il territorio reale. Le parole e non l'uomo. Tutto questo è in ciascuno, ma appunto vederlo costa una continua rivoluzione interioresteriore (non si dà più confine nell'infinito).
Queste sono solo parole. Chi non ha provato questo in sé non può comprenderle. Benigni ti mostra il suo viaggio razionalemotivo-psicosomatico per farti arrivar oltre la lettera del Paradiso. dei 4 sensi della poesia di cui parla Dante di solito si prendono i primi due, al massimo il terzo: l'essenziale è arrivar però al 4°, e chi si arresta prima non ci arriverà mai se non si dispone al viaggio che mai finisce...
(Di preciso non so cosa ho scritto, son cose che sento da sempre e vado scoprendo meglio sempre più - forse userò questa mail per la serata al Molinetto, ma dipenderà dalla situazione, dalle persone, e da noi!).
Due frasi da Star Wars ep. III che m'han colpito, una sociologica e una psicologica (Luckas magistrale):
- "E' così che finisce la libertà: in uno scroscio d'applausi" (Padme, la moglie di Anakin-Dart Fener, in Senato, all'annuncio dell'Impero da parte del senatore Palpatine-Dart Sith, il signore del lato oscuro...);
- "Solo i Sith pensano per assoluti" (ObiWan Kenobi all'allievo Anakin, ormai diventato Dart Fener: ho pianto di pietà per lui, vederlo ridotto così per non riuscire a tirar fuori nel modo giusto il suo amore...).
M'ha colpito la prima perché è attuale: Luckas fa, anche, critica sociale (in tal senso intendo "magistrale"); la seconda perché Fener perde la sua umanità quando pretende di determinar la fluidità 'taoista' della vita.
Padme muore d'amore, muore perché l'amore non è più in lei, o meglio tra lei e Anakin: anzi, non è più in lui, è arrivato al parossismo che si rovescia nell'opposto, nella morte: ma Anakin lo sa, è Fener e la paura di questo limite (ma che dà senso alla vita) a non volerlo comprendere e accettare, e ciò lo perde e gli fa patire quel macello che è la sua vita: per questo ho
pianto, perché il bimbo che uccide nella sala dei jedi è se stesso, la propria parte vitale, umana, cioè quella che poteva vivere (e necessariamente morire) ma per paura della morte s'è sottratta sia ad essa che alla vita, diventando appunto automa, macchina, maschera, marionetta: è per quel bimbo dilaniato e imprigionato nel suo inferno interiore, prima che
esteriore, che ho pianto vedendolo morire arso vivo, dopo i colpi fatali del suo stesso atterrito maestro che non riusciva più a raggiungerne il cuore: questa è la cosa devastante, la mostruosità assoluta, che il male è generato da una distorsione dell'amore, dalla non accettazione che la morte vince solo se si ha paura di amare per il tempo concesso e presente, se non si comprende che solo questo è immortale, che tutto muore se non è amato; e per capirlo deve patire l'atrocità sconfinata della sua vita da Fener - ma non solo, ché anche prima non ebbe padre e la madre era schiava, poi è imprigionato fino alla fine nella sclerosi del suo sogno diventato incubo d'amore (eccolo, l'assoluto in cui s'irrigidisce e perde se stesso e tutto, inclusa la persona che più amava e i suoi stessi figli) fino al risveglio: e si ritrova proprio quando l'amore riemerge in lui, per suo figlio (ed è là che consegue la maturità per diventare maestro jedi, infatti dopo morto è accanto a Joda e Ben).
Un'altra conferma sulla presunzione e tracotanza di Fener, che s'illude d'avere il potere di vincere al di là anche delle regole e dei limiti elementari dell'arte della spada, che lui stesso peraltro conosce e utilizzava benissimo; ma la pietà per lui (la compassione dei buddhisti) viene dal sentire e patire che quel male è in aggiunta a tutto il male già subito da bambino, anzi viene da lì: è l'estrema sofferenza e caducità dell'essere umano, di quella vita che potrebbe risplendere d'una luce straordinaria se solo trovasse intorno a sé chi la riconosca e accolga, e che va invece continuamente dispersa e annientata in schematismi mentali e quindi poi comportamentali che contrappongono forze annullandole a vicenda, invece di renderle cooperanti nel metterle in comunione: come dice Calvino alla fine de Le città invisibili (riprende Dante, e Cristo...), di qui viene l'inferno dei viventi (anche quando leggo quel passo, come leggendo brani di Dante mi commuovo).
Un'ultima cosa: Windu non aveva vinto Palpatine, che stava anzi unicamente sfruttando la situazione come messinscena per sedurre e far cadere Anakin, che cede al male come spesso travestito da debolezza (nel duello con Joda, infatti, Palpatine è molto più forte che quando si traveste da debole con Windu davanti a Fener); insomma, occhio alla seduzione del potere (Fener nell'episodio IV è affascinante, per me; alla fine invece è una pappetta, ma ha riacquistato l'umanità, la vera debolezza: è disarmato e a cuore nudo, ama), soprattutto quando sfrutta l'istinto di solidarietà umana spacciandosi per debolezza e creando l'attrazione al suo scopo, che comunque rimane nascosto perché alla fine è egoistico, e solitario: ed anche Fener, alla fine, è assolutamente e totalmente solo, proprio quando invece vorrebbe e cerca di amare e di portare la concordia (cum-cordis: comunione dei cuori) e la pace tra gli esseri della galassia; a Luke dirà infatti poi: "Vieni con me, figlio: insieme riporteremo l'equilibrio nella galassia!" - ma il modo è sbagliato, e tocca a Luke stavolta, andandogli contro nonostante sia suo padre (il male è suo padre: questa è la tragedia, qua c'è il nucleo archetipico di ogni dramma, quando il bene è anche male e tocca scegliere...), gli mostra con disperazione e forza dove e cosa sta sbagliando: gli mostra la sua umanità, la sua debolezza e di cosa c'è bisogno davvero tra gli uomini: non di schemi di ordine, ma di comprensione e amore; e alla fine ci riesce solo uscendo dall'armatura: si comunica davvero (la frase di Padme svela che il male e la morte sfruttano e seducono il bene, l'amore, per scopi divisori: Fener torna ad esser Anakin Skywalker amando il figlio).
"Fascismo" è una parola legata a un tempo e a un contesto che furono e che non sono ripetibili. Il fatto è che non abbiamo la parola esatta per definire questa miscela di volgarità e ignoranza, conformismo e arroganza, tele-vendita di sogni e svendita di storia, conflitto di interessi e prepotenza di istinti che si è insediata al potere col beneplacito elettorale di una democrazia snervata, spoliticizzata e ridotta a marketing dei voti e delle idee. Le democrazie avanzate sono così e non hanno bisogno del manganello per ridursi a regimi di uomini qualunque: basta il bombardamento mediatico, basta aver insediato al cuore della società del lavoro un esercito di persuasori dello shopping e di consulenti del profitto, basta aver ridotto la partecipazione a frequentazione sporadica delle urne e la felicità pubblica a possesso geloso di una casa a prova di ladri. - Ida Dominijanni, giornalista
"Si possono sviluppare quanto si voglia gli interessi materiali: se un rinnovamento morale non li governa, probabilmente si accresceranno le già troppo grandi ricchezze dei pochi, ma la massa di coloro che producono non vedrà migliorare le proprie condizioni; o addirittura aumenterà l'egoismo, sarà soffocato sotto i piaceri fisici tutto ciò che v'è di più nobile della natura umana. La dottrina dei diritti individuali è stata incarnata, si potrebbe dire, in ogni uomo: ma perché solo pochi ne traggono profitto? Perché le ingiustizie verso le masse lavoratrici sono rimaste quasi le stesse?.Che cosa diventano i diritti per quelli che non hanno il potere di esercitarli?...Che cosa è il libero commercio per chi non ha né capitale né credito?". - Giuseppe Mazzini, "Pensieri Sulla Democrazia in Europa" 1846
"I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori." - Catone, citazione in Aulo Gellio, Notti attiche
"La produzione produce l'uomo non soltanto come una merce, la merce umana, ma lo produce, corrispondentemente a questa funzione, come un essere tanto spiritualmente che fisicamente disumanizzato". - Karl Marx , "Manoscritti"
Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario. - Ernesto Guevara
Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo insieme i soli protagonisti ed i soli spettatori, e così, attraverso le nostre televisioni ed i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore. - Tiziano Terzani
"...e non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere; pensate che tutto è successo perché non ne avevate più voluto sapere". - Da una lettera ai genitori di Giacomo Olivi, ragazzo di 17 anni, di Parma, sorpreso da un drappello nazista a distribuire del materiale inneggiante alla libertà. Era un partigiano liberale. Fu fucilato nel grande cortile del carcere di Parma.
La pace non è assenza di guerra: è una virtù, uno stato d'animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia. - Spinoza
Lei sta all'orizzonte. Mi avvicino di due passi e lei si allontana di dieci passi più in là. Per quanto io cammini non la raggiungerò mai, quindi a che cosa serve l'utopia? Serve a questo: a camminare. - Eduardo Galeano, scrittore
Ora che ho vissuto la mia vita posso affermare che non c'è nulla di donchisciottesco né di romantico nel voler cambiare il mondo. E' possibile. E' il mestiere al quale l'umanità si è dedicata da sempre. - Gioconda Belli, scrittrice
Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero. - Proverbio arabo
La guerra non serve a niente, tutto rimane come prima, tranne i morti. - Cesare Pavese
Ogni lotta per la giustizia passa per la prova di cinque tappe: l'indifferenza, il ridicolo, la calunnia, la repressione, il rispetto. - Gandhi
*
Sarà per questo che Gesù gliele suonò ai mercanti nel tempio?!!
Ho trovato una variante di questa frase di Gandhi: "Ogni lotta per la giustizia passa per la prova di cinque tappe: l'indifferenza, il ridicolo, la calunnia, la repressione, il rispetto." - e sta in quarta di copertina d'un libro sulla non-violenza composto da 3 interventi, uno dei quali è di Bertinotti; la variante, che è molto più sintetica e diretta, mi piace di più, dice: "Prima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti combattono. Poi vinci.".
E poi un'osservazione di Mercalli (che anche Bettin cita, a quanto mi dice chi l'ha letto, nel suo "Il clima è fuori dai gangheri"), che spiega che il clima segue dinamiche non lineari (mi pare si dica così, in gergo) - e fa quest'esempio comprensibilissimo: se tiri una sberla a uno che cammina per strada gli fai male ma non lo uccidi, invece se fai anche solo il solletico a uno che arrampica puoi ucciderlo. Meditate gente: e agite!!
*
Spinoza
Le mani trasparenti dell'ebreo
nella penombra intagliano cristalli,
la sera muore in timore e tremore
(ogni sera è uguale alle altre sere).
Quelle mani e lo spazio di tramonto
che impallidisce al confine del ghetto,
appena esistono per l'uomo quieto
che sta sognando un chiaro labirinto.
Non lo turba la fama, che è riflesso
di sogni dentro il sogno d’altri specchi,
né il verecondo amore delle vergini.
Liberato da mito e da metafora,
taglia un arduo cristallo: l'infinito,
mappa di Chi è tutte le Sue stelle.
*
Ciao Genny. Come va? Però non dirmi "vecchio", parakalò (è già tanto se riesco a non sentirmi morto)!
Gli AUTeditORI, non mi parlano (risponder sarebbe già qualcosa, ché l'interesse spontaneo è sottozero).
Son concordanze profondissime tra vite (come spessissimo mi capita, e a volte in modo quasi letterale!).
E la versione libera del sonetto di Borges su Spinoza, non t'è arrivata? E il detto di Totò sulla civiltà? Poi le riflessioni su "fascismo" e cambiamento (con la variante della frase di Gandhi)? E i 2 link degli articoli?
Il veleno non è acredine (semmai, in aggiunta, tristezza), ma pura constatazione di un dato di fatto: realtà.
3 volte in tutto, di recente, ho scritto solo a Mirko; e non sono tenuto a render conto di ogni cosa: sennò estendiamo l'obbligo e sentiamone delle belle. E gli ho scritto perché era con lui che dovevo parlare, ok?
A lui ho scritto sulla lettura a VE, e ancora non m'ha risposto (però non andarglielo a dire: per interposta persona è miserabile), perché stavo facendo un discorso con lui: e perché nessuno ha sentito il bisogno di comunicare con me (e/o G) sulla cosa, il che non aggiunge veleno ma un altro semplicissimo dato di fatto.
Il discorso sul nome etc. è infinitamente complesso: non si può far via mail né in una "intervista all'autore".
Se amassi i testi in se stessi, saresti di fronte a te stessa: e gli interrogativi che hai non sarebbero su di essi e le intenzioni autoriali ma su di te e la tua vita, e su ciò vorresti confrontarti con l'autore, non sulle parole.
Ripeto l'ultimo periodo qua sopra e t'invito a meditarci (almeno quanto me: e grazie per starmi a sentire).
Ti accenno solo due cose, ma ripeto che la sede non può esser una mail etc. (sicché basta, grazie, qua): l' "io" che scrive quei testi (posso essere io, o Borges: non conta il concetto astratto perché è 'incarnato') è lo stesso che dice che non dovrebbe aver un nome, perché si battezza (e nasce, salva) coi/nei suoi testi (a questo stesso "io" devi dar fiducia totale, non per la sola parte che a te risulta piacevole o accettabile); quando riporti alla vita etc. in realtà è la tua vita che riporti a quelle parole e all' "io" universale ma che ha la voce di un particolare essere umano (vivente) che in quelle parole si interroga etc., e solo così l'incontri sennò compi la perdita (morte) proprio quando insegui la vita: difatti il tuo discorso lo fai sul cadavere del poeta, non |con| l'autore vivo e vegeto (del resto è così che siamo 'educati' alla morte da migliaia d'anni!).
Borges e io diciamo cose simili (senza sapere l'uno dell'altro): con la differenza che io son qua vivo, però se aspetto mi si ricostruisca la vita con le parole addio; Borges è già morto e non può più far valere la vita aggiustando il tiro con altre parole vive: tu di me in realtà non sai che la forma, e niente saprai dalle parole e per questo nessun nome dovrebbe avere l'io che poi si vorrebbe attribuire al poeta in quanto carne viva che però non lo è più, e forse non lo è mai stata, né mai lo sarà se si idolatreranno parole evitando la vita.
Solo questo: grazie della (minima) risposta. Ma gl'immigrati africani si sbalordiscono che prima d'andar a trovare un amico noi gli si debba telefonar per mettersi d'accordo, perché non si sa mai se ha tempo o no - non bastan mail, poesie e quant'altro vuoi, di certo non basta tutta la distrazione in cui ci facciamo fuori. Stammi bene (ricostruir a posteriori, postumo, non è viver qui-ora quello ch'esisterebbe ma non si bada)!
> tu di me in realtà non sai che la forma
Correggo forma in crosta (con tutto il magma e la ferita - irrimarginata, e forse irrimarginabile - ch'è sotto)
Consapevolezza
Non un istante della mia vita
deve andare più perduto. Voglio
spenderla tutta in amore. Voglio
estendere il mio amore fatto
di silenzio fino alle cose
più trascurabili sulla terra;
voglio amare
gli uomini senza limitazioni;
sì, gli uomini, perché io so
cosa significa non essere amati.
(Ferruccio Brugnaro)
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Jorge Luis Borges, "L'invenzione della poesia", Mondadori, 2001
Gianfranco Bettin, "Il clima è fuori dai gangheri", Nottetempo, 2004